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giovedì 5 settembre 2024

nota stampa de "il presidio di via Curtatone" Gallarate. Salviamo gli alberi di Gallarate

riceviamo e pubblichiamo 

04/09/24, Gallarate

Il Comitato Salviamo gli Alberi di Gallarate e tutte le 
persone partecipanti al presidio in Via Curtatone
esprimono profonda preoccupazione e sdegno per i fatti
accaduti nella settimana scorsa, durante la quale si
sono verificati numerosi interventi delle forze
dell'ordine, sfociati in provocazioni, arresti e violenze.

Le azioni di monitoraggio e protesta che il nostro
comitato porta avanti da un mese hanno l'obiettivo di
proteggere il patrimonio arboreo della nostra città. È
inaccettabile che il diritto alla manifestazione pacifica e
all'espressione del dissenso venga ostacolato da
comportamenti intimidatori e provocatori da parte di chi
dovrebbe garantire la sicurezza.

Il 27 agosto, il personale della Digos ha effettuato una

prima irruzione all'interno del bosco. Sebbene gli agenti
avessero comunicato al presidio esterno che si trattava di
un semplice sopralluogo, all’interno del bosco sono state
emesse denunce nei confronti di alcuni ragazzi e alcune
ragazze.
È fondamentale sottolineare che queste denunce sono
state notificate in modo del tutto irregolare: sono state
consegnate a un minorenne notifiche indirizzate ad
alcune persone, riportando la dicitura “si rifiuta di
firmare ma ritira copia”. Questa prassi è una palese
violazione delle regole e dei diritti delle persone
coinvolte. Le denunce, stando a quanto dichiarato dalle
autorità, sarebbero rivolte a chi si trovava in cima agli
alberi al momento dell'irruzione. Tuttavia, risulta chiaro
che le persone denunciate non sono state identificate né
riconosciute sul posto. In molte di queste notifiche
appaiono i nomi di giovani che non si trovavano
all’interno del bosco il giorno dell'irruzione, ma che erano
stati identificati in precedenza in altri contesti.

Lo stesso giorno, una ragazza è stata arrestata dal
personale della Polizia Locale in modo immotivato e

violento. Condanniamo fermamente anche il trattamento
subito dalla giovane nei locali della Polizia Locale, al
Commissariato di Gallarate e alla Questura di Varese,
dove è stata sottoposta a tre perquisizioni, durante le
quali è stata costretta a spogliarsi completamente.
Questo comportamento è un chiaro atto di
annichilimento della persona che, inoltre, ha trascorso la
notte su un letto macchiato di sangue e maleodorante.
L'operazione di Polizia si è conclusa con il “sequestro” di
alcuni materiali trovati nell'area, tra cui assi di legno,
corde, amache e tende. Sottolineiamo come nessun
verbale di sequestro sia stato rilasciato, violando le
procedure previste dalla legge.

Il 30 agosto, alle ore 9 del mattino, dopo una prima
rapida irruzione delle forze di Polizia, è seguita una
seconda operazione intorno all'ora di pranzo. Come
accaduto il 27 agosto, l'obiettivo dichiarato era il
sequestro del materiale e lo smantellamento dei
cosiddetti 'manufatti abusivi'. Durante questa
operazione, una struttura di 10 metri è stata abbattuta
con la motosega dagli operai comunali, rischiando di

colpire una piattaforma sugli alberi sulla quale si
trovavano alcuni giovani, mettendo seriamente in
pericolo la loro incolumità.

Dopo giorni di continue incursioni e controlli, il 31 agosto
abbiamo assistito al culmine di questo clima di tensione.
Intorno alle 9 del mattino, un massiccio dispiegamento di
forze dell'ordine si è posizionato davanti al presidio lungo
Via Curtatone. Il loro ingresso irruento nel bosco, con
manganelli alla mano, ha immediatamente suscitato
timori di uno sgombero forzato. Poiché tale intervento è
stato minimizzato o giustificato da alcuni organi di
stampa con l'argomentazione della presenza di persone
non pacifiche, noi, che siamo stati testimoni diretti degli
eventi di sabato, vogliamo affermare con chiarezza che:
• Al momento dell'inizio dell'intervento di Polizia, si
stava svolgendo una conferenza stampa organizzata
per denunciare gli abusi e gli interventi delle forze
dell'ordine nei giorni precedenti, con particolare
attenzione all'arresto della giovane.
• Nonostante le numerose richieste di chiarimento

riguardo all'intervento che le forze dell'ordine
intendevano svolgere all'interno del bosco, non
abbiamo ricevuto alcuna risposta.
• Abbiamo vissuto momenti di forte preoccupazione,
poiché la scarsa visibilità dall'esterno ci impediva di
comprendere cosa stesse realmente accadendo
all'interno dell'area.
• Durante tutta la mattinata sono stati effettuati
controlli a tappeto lungo la via che conduce al
presidio, fermando e identificando numerose
persone, sia in auto che a piedi, che tentavano di
raggiungere il presidio. Per 8 ore Via Curtatone si è
trasformata in una "zona rossa". Abbiamo anche
appreso che sono stati predisposti posti di blocco in
alcune vie della città e intensificati pattugliamenti di
auto in borghese nei quartieri di Caiello e Cascinetta.
• Un passante che stava riprendendo il presidio con il
cellulare è stato fermato con modalità violente: è
stato atterrato con una manovra brutale, gli è stato
storto un orecchio e gli è stato sottratto il cellulare
dalle tasche. Poco dopo, a causa dell'accaduto, ha
accusato un malore ed è stato necessario

l'intervento di un'ambulanza. Contrariamente a
quanto riportato da alcuni quotidiani, non si è
trattato di un malore improvviso di una persona che
camminava tranquillamente per strada, ma della
conseguenza diretta di un'aggressione gratuita
eseguita dal personale di polizia.
• Oltre alle aggressioni fisiche, abbiamo assistito a
continue provocazioni e minacce nei confronti delle
persone presenti, come "Ti spacco il naso" e "Qua
ora spacchiamo tutto". Un ragazzo è stato
addirittura afferrato per la barba e insultato.
• Il lancio di sassi che si è verificato all'interno del
bosco, in risposta all'intervento minaccioso e
violento delle forze dell'ordine, è stata di breve
durata. Alcuni membri del comitato hanno subito
chiesto agli agenti di polizia presenti di poter entrare
per cercare di calmare la situazione. Nonostante
l'autorizzazione all'ingresso di alcune persone, una di
esse ha comunque ricevuto un colpo alla schiena.
Successivamente, le forze dell'ordine hanno
abbandonato l'area e il presidio si è
immediatamente attivato per proteggere le persone

sugli alberi, riuscendo a ridurre la tensione creata.
• Con l'arrivo di una camionetta del reparto celere, i
poliziotti sono scesi in tenuta antisommossa,
equipaggiati con scudi, caschi e manganelli. La
presenza di tale dispiegamento di forze ha generato
preoccupazione per una possibile escalation della
situazione. Anche grazie alla mediazione di alcuni
consiglieri comunali e di un consigliere regionale,
accorsi sul posto, si è riusciti a evitare il peggio.

Nel corso di questi giorni sono stati notificati cinque fogli
di via, denunce e sanzioni. Il Comitato condanna
fermamente queste azioni, che sembrano essere
tentativi di intimidazione volti a scoraggiare la resistenza
pacifica dei cittadini e dei giovani attivisti impegnati nella
difesa degli alberi. Questi metodi non solo sono
inaccettabili dal punto di vista legale e morale, ma
costituiscono anche un grave abuso di potere e una
violazione dei diritti fondamentali di chi esercita il
proprio diritto alla protesta.

Siamo profondamente preoccupati per la gestione
dell'ordine pubblico e per il modo in cui viene trattata la
situazione del bosco. Il presidio si è svolto pacificamente
per due settimane e, subito dopo l'incontro con
l'amministrazione comunale, abbiamo assistito a una
serie di interventi di polizia che sembrano essere una
risposta diretta a quell'incontro.

Invitiamo le autorità competenti a riflettere e a evitare
ulteriori situazioni di questo tipo. È fondamentale che
questa questione del bosco sia gestita con dialogo e
rispetto dei diritti fondamentali, piuttosto che con
misure repressive che alimentano solo tensioni.

Concludiamo ribadendo il nostro impegno a continuare il
presidio per la salvaguardia del bosco e della sua fauna.
Chiediamo a tutta la cittadinanza di unirsi a noi nel
sostenere questa causa che riguarda tutta la comunità.

Il presidio di Via Curtatone

Le precarie delle scuola.ORGOGLIOSE DI NON ESSERE CATCHING

 ORGOGLIOSE DI NON ESSERE CATCHING

Quarto giorno di protesta

Superata la notte in UST nonostante il maltempo, i precari continuano la loro lotta e mantengono il presidio. Si comincia questa mattina  con l'assemblea di tutti i precari che si terrà in UST e alle 19.00 per una condivisa e solidale. 

Nella notte sono accorsi giornalisti, mentre altri (in particolare il conduttore di Propaganda, famoso Zoro) ci hanno detto che "il precariato non è catching". Catching significa "attraente". In sostanza il precariato non è una notizia che fa audience. Così come altri giornalisti  ci hanno vietato di pronunciare il nome del ministro Valditara durante le interviste perché "già sappiamo che ci tagliano il servizio". Questa è la situazione della stampa in una democrazia occidentale e in uno stato che si dichiara di "diritto". A quanto pare se viene negato il diritto al lavoro nella totale illegalità, con una ispettora responsabile delle nomine assente da giorni, con una richiesta di incontro da parte dei sindacati negata, possiamo comunque continuare ad insegnare  la costituzione, anche se le istituzioni per prime non la rispettano e questo viene considerato normale e non oggetto di denuncia.

Hanno ragione i giornalisti, non siamo attraenti e non è quello il nostro obiettivo. Andremo avanti e non ci fermeremo soltanto alle nuove nomine, che avverranno grazie alla lotta e alla vigilanza quotidiana. Vogliamo che il sistema dell'algoritmo che risulta fallace da anni e che peggiora sempre più venga definitivamente rimosso. 

Come al nostro solito, come dice la nostra storia: COSA VOGLIAMO? VOGLIAMO TUTTO.

ADL COBAS

mercoledì 4 settembre 2024

Cobas. Barricati dentro l'Ufficio Scolastico Territoriale di Milano

 Barricati dentro l'Ufficio Scolastico Territoriale di Milano 

I precari della scuola si incatenano e imbavagliano all'interno dell'UST di Milano. Nessun incontro all'orizzonte contrariamente agli accordi presi ieri con il personale dell'Ufficio scolastico. 

Non ce ne andremo da qui fino a che non ci verrà dato un incontro urgente e non verrà mandato un avviso a tutti i Dirigenti Scolastici affinché vengano pubblicate le cattedre realmente disponibili. Solo dopo questo passaggio si potrà procedere con le nuove nomine in maniera trasparente. 

Anche oggi l'ispettora è assente. In una situazione di totale emergenza, a pochissimi giorni dall'inizio della scuola, i docenti sono senza cattedra e gli studenti saranno senza insegnanti. 

Questa non è la scuola che vogliamo. L'illegalità che si sta perpetrando a causa del bug dell'algoritmo non è quello che insegniamo ai nostri studenti.

mercoledì 2 febbraio 2022

SIAMO A FIANCO DEGLI STUDENTI CHE VOGLIONO REVISIONARE L'ALTERNANZA SCUOLA LAVORO

 Riceviamo e volentieri pubblichiamo 

GEV – Toscana è solidale e sostiene attivamente le proteste degli studenti contro l’alternanza scuola lavoro e per la morte di Lorenzo Parelli, studente 18enne di Udine.

L’alternanza scuola lavoro è un meccanismo che può essere positivo, ma purtroppo dobbiamo rilevare che troppo spesso viene utilizzato per i motivi sbagliati, cioè per fornire manodopera gratuita alle aziende. Tutto questo, purtroppo, ben si coniuga con una tendenza che vede un alleggerimento dei programmi didattici ed un orientamento della scuola sempre più in senso aziendalista, per produrre risultati quantificabili (e classificabili) piuttosto che per formare cittadine e cittadini che sappiano usare il pensiero critico. 

L’alternanza scuola lavoro, quando realmente utile AGLI STUDENTI dovrebbe essere inserita in un contesto in cui l’istruzione e la formazione sono centrali, e non subalterni all’introduzione nel mercato del lavoro come la tendenza attuale suggerisce.

Luca Fidia Pardini

Anna Sartiani

Nella foto, la manifestazione promossa da Cobas e Unione degli Studenti a Lucca venerdì scorso

#mortisullavoro #alternanzascuolalavoro #studenti #sindacato #manifestazione #protesta #istruzione



giovedì 20 maggio 2021

Dai palchi ai libri di scuola. Da Parabiago a Lione

 Scrive Paletta (punkreas) su fb

Questo è quello che mi fa dire.... “Siamo davvero famosi!!!” Che soddisfazione❤️

(Logicamente in Francia ...🙄)

In 🇮🇹 cattivi maestri, in 🇫🇷 nei libri di testo 

Giulia insegna italiano in un liceo di Lione, una scuola serissima. 

Sul libro di testo adottato dalla scuola - che si intitola: “l’Italia è bella perché è varia” - uno dei testi di riferimento è la nostra canzone “U Soli” (che dal libro si può anche scaricare! 😎).

Questo insegna a Scuola, Giulia Fils...a Lione 

🤔


Click per video u soli https://m.youtube.com/watch?v=zBSl4XOq3qQ


martedì 11 maggio 2021

Di scuola, pedagogia e futuro

 Di Linda Maggiori (scrittrice, ecologista e attivista) 

Ricordo che a 14 anni, in prima liceo, rifiutai di consegnare il giornalino scolastico alla preside. Fu il mio primo atto di disobbedienza civile. 

Ero una ragazzina timida e studiosa. Ma anche testarda e ribelle.

Nel giornalino c'era una vignetta satirica sulla dirigente e un articolo critico. E lei, autoritaria e poco amante delle critiche, obbligò i rappresentanti a ritirarlo. Io rifiutai di consegnarlo, unica tra tutti i liceali. La dirigente venne personalmente in classe e mi chiese il motivo, dicendomi che nel nostro istituto c'erano regole da rispettare.

Io risposi "siamo in Italia, e c'è libertà di espressione, che è anche questa una regola da rispettare."

La mia prof era pallida e continuava a ripetere "ma linda, impossibile, cosa dici?“ e rivolta alla dirigente "mi scusi, in realtà è una ragazzina modello, buonissima...non so cosa le sia preso..." 


Da allora, dopo quasi 25 anni, le cose non sono molto cambiate.

Invece che essere una fucina di cambiamenti, lievito per la rivoluzione, la scuola resta un sistema per formare obbedienti cittadini. 

Con pochi fondi, molta burocrazia, sempre più potere ai dirigenti, la scuola è diventata sempre più un'azienda centralizzata. Se ti capita un dirigente in gamba, bene, sei fortunato, sennò amen, peggio per te. 

Ovvio, non dappertutto è così, e ci sono tante buone eccezioni, ma la tendenza è purtroppo generale.

 Si pensa più a mettere i bambini sotto cappe di vetro che a entusiasmarli. Si pensa più a isolare chi rompe, che a facilitare la partecipazione. Il sale del dissenso è sciacquato via, spesso e volentieri. 

Alle primarie la punizione più tipica per chi si dimentica un compito o è irrequieto, è quella di "star seduto a ricreazione". Come se il movimento non fosse un'esigenza primaria, come se non avesse una valenza educativa.


La scuola resta chiusa in sé e non vuole troppe interferenze. La libertà di stampa non piace e chi parla coi giornalisti è un infame. Raramente le scuole si aprono al quartiere, vivendo la città e provando a cambiarla. 

Una volta, in una scuola media, dei ragazzini fecero una ricerca sul sistema scolastico di un paese estero, criticando quello italiano.

Invece che intavolare un fantastico dibattito, su quanti minuti servono di pausa, sulla necessità o meno di "bocciare" e dare voti,  la prof si offese, si impermalosi, umiliando i ragazzi, dando appena 6...e chiedendo di rifare la ricerca. 

Casi isolati? Lo spero. 

D'altra parte la scuola vuole il bene dei ragazzi. Vuole che siano ben inseriti nel sistema capitalista e gerarchico, che abbiano successo: per questo devono essere arrivisti e anche un po'ruffiani, non devono far copiare, non devono dare fastidio a chi è sopra di loro. Il sistema giusto del successo. La scuola non vuole creare disadattati e perpetua un sistema tossico. 

La maggior parte dei genitori è ben felice di questo ruolo, anzi, stressa la scuola per dare ancora meno diritti e libertà ai figli, per proteggerli da ogni "male". 

Ma a quale prezzo per l'ambiente e la giustizia sociale?

E cosa fare se non si è d'accordo? 

Beh quando coi miei figli affrontiamo la questione, io dico sempre. È una palestra della vita,  ci sono aspetti belli e brutti, cose che vanno e cose da cambiare, come nella società.

Non si può scappare e non ci si può arrendere. Si può solo lottare, approfondire, studiare, farsi le spalle robuste ed essere testardi come una goccia sulla roccia. Perché le cose cambiano e la storia lo dimostra. Lo status quo si può limare, corrodere, rovesciare. 

Restate vigili, costanti e critici, obbedendo in primo luogo alla vostra coscienza.

"Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni." don Lorenzo Milani

giovedì 4 marzo 2021

Magenta. CUB sicurezza a scuola

A Magenta in provincia di Milano, durante le indagini per le verifiche di solai e controsoffitti presso il Complesso scolastico sito in via Papa Giovanni Paolo II, è stata rilevata la presenza di parti di solai non portanti in procinto di distacco.

Dato il pericolo l’amministrazione comunale ha emesso l’ordinanza per la chiusura temporanea della scuola.

L’episodio è l’ultimo di una lunga serie che dovrebbe imporci una riflessione sullo stato drammatico di abbandono e degrado in cui versano numerosi edifici scolastici e strutture pubbliche nel nostro paese.

Riteniamo che la sicurezza sia un requisito essenziale per prevenire gravi incidenti e che ogni docente ed ogni studente abbiano il diritto di poter lavorare e studiare in un ambiente a norma in cui venga preservata l’incolumità e salute.

L’amministrazione Comunale oltre alla sicurezza di lavoratori e docenti dovrebbe provvedere velocemente a garantire la continuità didattica trovando una seria soluzione strutturale alternativa fino al momento in cui ci saranno le certificazioni per rientrare a scuola in sicurezza.

Per porre rimedio ai problemi creati dai continui tagli all'istruzione servono finanziamenti ingenti e nuove leggi che diano sostanza ai proclami che sentiamo continuamente pronunciare sulla scuola.

Rivendichiamo più controlli, più sicurezza e una scuola migliore perché nella scuola si costruisce il futuro

Prof. Manuel Vulcano

CUB SUR Magenta

giovedì 14 maggio 2020

15 maggio 2020 sciopero generale della scuola. docenti e gli studenti spengono il computer e guardano il cielo

riceviamo e volentieri pubblichiamo
Fin da gennaio, quando il 15 maggio 2020 è stato annunciato come una nuova tappa del movimento globale per un mondo rispettoso dell’ambiente abbiamo deciso di scioperare, perché ci pare da tempo urgente una nuova consapevolezza ecologica, a partire dalla scuola, noi del SISA abbiamo sempre declinato questa battaglia impegnandoci per cibo sano e non alterato, mobilità pubblica e piste ciclabili, lotta alle microplastiche, eolico e solare più urgente della battaglia contro legno e carbone.
Tuttavia questo 15 maggio 2020 si presenta come l’occasione per un grande sciopero, certo virtuale, ma nel quale questi temi ambientali possano per un giorno vedere docenti e studenti decisi nello spegnere i computer, non è un rifiuto aprioristico della DAD, ma un gesto concreto per rimettere al centro l’alterità e non sostituibilità della relazione educativa che avviene in classe, perché gli sguardi e i lavoro collettivo, ancorché ricreati virtualmente, non sono paragonabili a quanto avviene dentro le mura scolastiche. Quindi per un giorno spegniamo il computer e andiamo, seppur distanziati, in un parco a guardare il cielo. 

sabato 9 maggio 2020

Scuola e formazione ai tempi (e dopo) la COVID-19

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Questa breve riflessione nasce dal fatto che se l’emergenza sanitaria e i conseguenti cambiamenti hanno portato ad importanti riflessioni sul mondo del lavoro, dell’economia, del sociale, ci risulta ancora poco dibattuto il tema della scuola e della formazione in generale, nonostante l’impatto del lockdown sia stato notevole. 
L’intento di questo documento è pertanto quello di avviare, chiedere una riflessione sul breve e medio periodo con una proiezione più ampia rispetto al tema della scuola, come luogo di formazione e di crescita sociale.

domenica 17 novembre 2019

Inverart 2019 padiglione di arte giovane foto e video

Inverart si rinnova ed evolve di anno in anno, per dar visibilità agli artisti emergenti.
Quest'anno hanno pensato di arricchirla con una visita guidata. come dire? Buona la Prima!
Click per video inverart padiglione di arte giovane


INVERART - Padiglione d’Arte Giovane 2019 - XVI Edizione

15 • 16 • 17 novembre 2019 - Inveruno (MI) - area fiera - INGRESSO LIBERO
Sta per iniziare l’edizione sedicesima di una delle manifestazioni più interessanti del panorama del territorio di Città Metropolitana per quanto riguarda la promozione dell’Arte contemporanea e del suo valore sociale e culturale.
Gli obiettivi del progetto sono: formazione rispetto ai problemi dell’arte e del mercato di riferimento, creazione di possibilità per i giovani del territorio di esprimersi liberamente e senza condizionamenti, dare l’opportunità al maggior numero di persone possibili di fruire della manifestazione stessa.
Si consolida il rapporto con il Liceo Einaudi di Magenta che si presenta come una realtà formativa d’eccellenza nell’Alto Milanese, in mostra avremo i lavori e i progetti realizzati dai giovanissimi allievi. Oltre l’esposizione d’arte contemporanea, il sabato pomeriggio sarà dedicato con “Aperitivo Cultura” alla presentazione di anteprime letterarie (fumetto, con la talentuosa Giulia Hulme, poesia, con Davide Alberti, narrativa con la giovanissima Ilaria Cucchi).
Domenica pranzo con l'esuberanza del gruppo Mc Chicken, nel pomeriggio, come sempre, lo spettacolo teatrale "La bambina nel buio" della compagnia InFrac, riempirà il padiglione di bambini e, a seguire un aperitivo danzante con “Controvento”.
“I giovani sono l’anello di congiunzione tra il passato e il futuro, e il Raccolto li coglie nel loro straordinario presente, per formare una concreta testimonianza circa la risorsa viva delle arti per alimentare la vita e gli orientamenti di tutti noi, della società intera. Il Comune di Inveruno ne è consapevole e conferma la via tracciata”.
(da un testo di Daniele Oppi del 1999)


















giovedì 21 giugno 2018

giornata mondiale del rifugiato 2018 20 6 2018 Magenta

importante iniziativa promossa da Convochiamoci per la Pace a Magenta nell'ex sala consiliare di Piazza Formenti     click per audio giornata mondiale del rifugiato 2018 20 6 2018 Magenta
perchè una giornata mondiale del rifugiato?     dal sito di http://www.onuitalia.it
Al fine di intensificare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la  Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno di ogni anno con la Risoluzione 55/76. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati.

martedì 24 ottobre 2017

Corbetta ricorda don Milani. immagini e video di una storica serata

Mercoledì 18 ottobre, in una sala Grassi del Comune di Corbetta stracolma all'inverosimile, una bellissima serata in memoria di Don Lorenzo Milani; sono stati "svelati" i tratti meno conosciuti del priore di Barbiana, dalla sua vena pittorica ad alcuni aneddoti narrati dal "primo chierichetto" che l'accolse al suo arrivo a Barbiana.
A seguire il video/audio della serata e alcune immagini della mostra a lui dedicata.
 ricordando Don Lorenzo Milani Corbetta 18 10 2017

 foto a seguire

sabato 25 febbraio 2017

CULTURA yoga a scuola

Dal prossimo anno scolastico si terranno nelle scuole sarde le prime lezioni di yoga.
Una sperimentazione è stata già avviata nella scuola primaria di Nurri, mentre 24 insegnanti sono stati formati in provincia di Cagliari e altri loro colleghi verranno formati da gennaio in provincia di Oristano e da marzo in provincia di Sassari.
Un articolato progetto promosso dal Comitato Regionale Uisp Sardegna Area Discipline Orientali e reso possibile anche grazie a un protocollo che e’ stato firmato con l’Ufficio Scolastico regionale della Sardegna e l’Ufficio per l’educazione fisica e sportiva.

mercoledì 8 febbraio 2017

7° incontro nazionale Rete Educazione Libertaria Abbiategrasso 2016 (video)

Sono on line su coerenzaetrasparenza i video dell'incontro della Rete Educazione Libertaria, per maggiorni informazioni su

http://www.educazionelibertaria.org/

presentazione e inizio dei lavori

riepilogo dopo i tavoli di lavoro tematici

domenica mattina


Goffredo Fofi


conclusioni domenica pomeriggio


mercoledì 29 giugno 2016

AL FIANCO DEI MAESTRI E DELLE MAESTRE DELLA CNTE IN MESSICO

“Fondamento dell’accordo. Il rispetto dei principi democratici e dei diritti umani fondamentali, così come si enunciano nella DichiarazioneUniversale dei Diritti Umani, ispira le politiche interne e internazionali delle parti e costituisce un elemento essenziale del presente Accordo.” Art. 1 trattato di libero commercio tra il Messico e l’UnioneEuropea Un anno dopo siamo ancora qui a dire #MexicoNosUrge Dopo gli omicidi del foto giornalista Rubén Espinosa, dell’attivista Nadia Vera, della studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e di altre due donne che si trovavano con loro, Mile Virginia Martin e Alejandra Negrete, avvenuti a Città del Messico venerdì 31 luglio 2015, l'appello #MéxicoNosUrge volle rompere il silenzio. Perché non si può rimanere in silenzio di fronte alle violenza nei confronti di chi vuole denunciare la situazione che subiscono milioni di persone in un Paese, il Messico, che l’Italia e l’Unione Europea riconoscono soltanto come importante socio commerciale. Rimanere in silenzio sarebbe una forma di complicità. Un anno dopo, nel giugno del 2016, torniamo a urlare che #MéxicoNosUrge, dopo che domenica 19 giugno nello Stato di Oaxaca abbiamo assistito al massacro di 10 cittadini. La Polizia Federale è tornata a reprimere la lotta degna dei maestri e delle maestre del sindacato CNTE che lottano contro la riforma educativa. Pistole, fucili di precesione e cecchini hanno operato assieme alla polizia in assetto anti-sommossa, per sgomberare uno dei tanti blocchi stradali che dal 15 maggio batte il tempo della resistenza contro la svendita e la distruzione della scuola pubblica messicana. A maggio avevamo celebrato il decimo anniversario dalla nascita dell'Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca, figlia dello sgombero violento di un presidio di maestre e maestri della CNTE nella capitale dello stato di Oaxaca. Negli ultimi mesi sono a decine gli arresti “politici” che colpiscono aderenti della CNTE e simpatizzanti. Già a dicembre 2015, in Chiapas, due maestri sono stati uccisi dalla Polizia durante gli scontri. Nel maggio del 2016 sono stati ricordati,anche, i dieci anni dal massacro di San Salvador Atenco. Una Commissione Civile di Osservazione dei Diritti Umani -i cui componenti erano cittadini europei- nel giugno del 2006 ha presentato al Parlamento Europeo un rapporto sui fatti e sulle gravi violazioni dei diritti umani in relazione allo sgombero forzato di una comunità per costruire il nuovo aeroporto di Città del Messico in una zona ejidal (cioè di proprietà collettiva) dello Stato del Messico. La mattanza di Nochixtlan inauguara una nuova fase nello schema repressivo messicano: la polizia spara sulla folla uccidendo e la stessa polizia si rivendica di aver usato armi da fuoco. Non era mai successo prima. Negli ultimi dieci anni, infatti, la situazione si è fatta se possibile ancora più grave, con decine di migliaia di sparizioni forzate, violenza sistematica contro chi vuole difendere e promuovere i diritti umani, contro attivisti dei movimenti sociali e contro i giornalisti e fotografi che documentano la condizione di violenza strutturale scelta come forma di“politica attiva” dai governi di Felipe Calderón, prima, e di Enrique Peña Nieto (che nel 2006 era governatore dello Stato del Messico durante i fatti di Atenco), ora. Tra gli attivisti e giornalisti minacciati e perseguitati ci sono anche cittadini italiani ed europei; tra le vittime ci sono anche cittadini italiani ed europei (come il finlandese Jyri Antero Jaakkola,assassinato dai paramilitari nello stato del Oaxaca nel 2010). In questo panorama di violenza diffusa e repressione contro i civili ricordiamo la sparizione forzata dei 43 studenti della Escuela Normal Rural di Ayotzinapa,avvenuta la notte del 26 settembre del 2014 nella città di Iguala, stato del Guerrero, in cui sono coinvolti la polizia municipale di Iguala ed elementi dell’esercito messicano. Il 30 giugno 2014 l’esercito messicano, con un ordine scritto dall’Alto Comando Militare, fucilava 22 ragazzi in un’esecuzione extragiudiziale, una delle tante esecuzioni extragiudiziali portate a termine dall’esercito che ha l’ordine di “abbattere” civili considerati delinquenti senza alcun diritto ad avere un processo. L’ONU ha recentemente spiegato come in Messico la tortura sia un metodo utilizzato in maniera sistematica negli interrogatori da tutte le forze di sicurezza. Tutto questo accade nel silenzio della cosiddetta “comunità internazionale” e l’Unione Europea di fatto si disinteressa dei crimini dello stato messicano, continuando a mantenere relazioni commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani. Tra il 2007 e il 2016 in Messico ci sono stati più di 164mila omicidi di civili. Negli stessi anni in Afghanistan e in Iraq si sono contate circa 104mila vittime. Il numero di persone sparite dal 2006 ad oggi, basandosi su dati conservativi del governo messicano, supera le 30mila persone. Organizzazioni dei diritti umani dicono che se oggi venisse fatto un conto di morti e desaparecidos i numeri andrebbero verso il raddopio. A fronte di tutto questo l’indifferenza dei grandi mezzi di comunicazione internazionali è impressionante e complice. Per tutto questo, #MexicoNosUrgee non possiamo rimanere in silenzio. Chiediamo che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico,in particolare per le costanti aggressioni ai giornalisti e difensori dei diritti umani. Chiediamo all’Italia e all’Unione Europea che si sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone. I paesi dell’Unione Europea devono applicare l’embargo agli investimenti in Messico e chiudere le loro Ambasciate, così come si è fatto nel caso di altri paesi che non osservano l’obbligo del rispetto dei diritti umani e del diritto alla vita dei propri cittadini. Italia, giugno 2016
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mercoledì 2 ottobre 2013

Avviso agli studenti di Raoul Vaneigem

Avviso agli studenti di Raoul Vaneigem

L'essere umano deve potere tutto, e non dovere niente.
Non c'erano che poche cose, in effetti, di cui non si credeva capace.
Non contava che tutto quello che faceva gli riuscisse: spesso non gli riusciva.
Ma lo poteva lo stesso.

Georg Groddeck

Capitolo I
Avviso agli studenti
La scuola è stata, con la famiglia, la fabbrica, la caserma e accessoriamente l'ospedale e la prigione, il passaggio ineluttabile in cui la società mercantile piegava a suo vantaggio il destino degli esseri che si dicono umani.
Il governo che essa esercitava su nature ancora appassionate delle libertà dell'infanzia l'apparentava, infatti, a quei luoghi poco propizi alla realizzazione e alla felicità che furono - e che restano in diversa misura - il recinto familiare, l'officina o l'ufficio, l'istituzione militare, la clinica, le carceri.
La scuola ha forse perso il carattere ributtante che presentava nel XIX e XX secolo, quando rompeva gli spiriti e i corpi alle dure realtà del rendimento e della servitù, facendosi gloria di educare per dovere, autorità e austerità, non per piacere e per passione? Niente è meno certo, e non si potrà negare che sotto l'apparente sollecitudine della modernità, numerosi arcaismi continuano a scandire la vita di studentesse e studenti.
L'impresa scolastica non ha forse obbedito fino ad oggi a una preoccupazione dominante: migliorare le tecniche di ammaestramento affinché l'animale sia redditizio?
Nessun ragazzo supera la soglia di una scuola senza esporsi al rischio di perdersi: voglio dire di perdere questa vita esuberante, avida di conoscenze e di meraviglie, che sarebbe così esaltante nutrire, invece di sterilizzarla e farla disperare con il noioso lavoro del sapere astratto. Che terribile constatazione quegli sguardi così brillanti di colpo sbiaditi!
Ecco quattro muri. Il consenso generale decide che, con ipocriti riguardi, vi saremo imprigionati, costretti, colpevolizzati, giudicati, onorati, puniti, umiliati, etichettati, manipolati, vezzeggiati, violentati, consolati, trattati come aborti che questuano aiuto e assistenza. Di che cosa vi lamentate? obbietteranno gli autori di leggi e decreti. Non è forse il modo migliore di iniziare i novellini alle regole immutabili che reggono il mondo e l'esistenza? Senza dubbio. Ma perché i giovani dovrebbero ancora accontentarsi di una società senza gioia e senza avvenire, che gli stessi adulti sopportano ormai rassegnati, con un'acrimonia e un malessere crescenti?
Una scuola dove la vita si annoia insegna solo la barbarie
Il mondo è cambiato più in trent'anni che in tremila. Mai - perlomeno nell'Europa occidentale - la sensibilità dei ragazzi ha tanto deviato dai vecchi istinti predatori che fecero dell'animale umano la più feroce e la più distruttrice delle specie terrestri.
Eppure, l'intelligenza resta fossilizzata, quasi impotente a percepire la mutazione che si opera sotto i nostri occhi. Una mutazione paragonabile all'invenzione dell'utensile, che produsse un tempo il lavoro di sfruttamento della natura e generò una società composta di padroni e di schiavi. Una mutazione in cui si rivela la vera specificità umana: non la produzione di una sopravvivenza sottomessa agli imperativi di un'economia lucrativa, ma la creazione di un ambiente favorevole a una vita più intensa e più ricca.
Il nostro sistema educativo si inorgoglisce a ragione di aver risposto con efficacia alle esigenze di una società patriarcale un tempo onnipotente, tenendo conto di un solo dettaglio: che una tale gloria è al contempo ripugnante e superata.
Su cosa poggiava il potere patriarcale, la tirannia del padre, la potenza del maschio? Su una struttura gerarchica, il culto del capo, il disprezzo della donna, la devastazione della natura, lo stupro e la violenza oppressiva. Questo potere, la storia lo abbandona ormai in uno stato di avanzata decomposizione: nella comunità europea, i regimi dittatoriali sono scomparsi, l'esercito e la polizia virano all'assistenza sociale, lo Stato si dissolve nelle acque torbide degli affari e l'assolutismo paternalistico non è altro che un ricordo di marionette.
Bisogna davvero coltivare la stupidità con una prolissità ministeriale per non revocare immediatamente un insegnamento che il passato impasta ancora con i lieviti ignobili del dispotismo, del lavoro forzato, della disciplina militare e di quell'astrazione, la cui etimologia - abstrahere, tirar fuori da - esprime bene l'esilio da sé, la separazione dalla vita.
Finalmente agonizza quella società in cui si entrava vivi solo per imparare a morire. La vita riprende i suoi diritti timidamente come se, per la prima volta nella storia, essa si ispirasse ad un'eterna primavera anziché mortificarsi di un inverno senza fine.
Odiosa ieri, la scuola oggi è soltanto ridicola. Essa funzionava implacabilmente secondo i meccanismi di un ordine che si credeva immutabile. La sua perfezione meccanica tetanizzava l'esuberanza, la curiosità, la generosità degli adolescenti per meglio integrarli nei cassetti di un armadio che l'usura del lavoro trasformava a poco a poco in bara. Il potere delle cose usciva vincitore sul desiderio degli esseri.
La logica di un'economia allora fiorente era irrefrenabile, come lo sgranarsi delle ore della sopravvivenza che suonano con costanza a raccolta verso la morte. La potenza dei pregiudizi, la forza d'inerzia, la rassegnazione abitudinaria esercitavano così comunemente la loro presa sull'insieme dei cittadini che ad eccezione di qualche renitente, amante dell'indipendenza, la maggior parte delle persone trovava il proprio tornaconto nella miserabile speranza di una promozione sociale e di una carriera garantita fino alla pensione.
Non mancavano dunque delle eccellenti ragioni per spingere il ragazzo sulla retta via della convenienza, perché rimettersi ciecamente all'autorità professorale offriva all'impetratore gli allori di una ricompensa suprema: la certezza di un lavoro e di un salario.
I pedagoghi dissertavano sul fallimento scolastico senza preoccuparsi dello scacchiere su cui si tramava l'esistenza quotidiana, giocata ad ogni passo nell'angoscia del merito e del demerito, della perdita e del profitto, dell'onore e del disonore. Una costernante banalità regnava nelle idee e nei comportamenti: c'erano i forti e i deboli, i ricchi e i poveri, i furbi e gli imbecilli, i fortunati e gli sfortunati.
Certo la prospettiva di dover passare la propria vita in una fabbrica o in un ufficio a guadagnare il denaro del mese non era atta ad esaltare i sogni di felicità e di armonia che l'infanzia nutriva. Essa produceva in serie degli adulti insoddisfatti, frustrati di un destino che avrebbero desiderato più generoso. Delusi e istruiti dalle lezioni dell'amarezza non trovavano, nella maggior parte dei casi, altra scappatoia al loro risentimento che dispute assurde, sostenute dalle migliori ragioni del mondo. I conflitti religiosi, politici, ideologici procuravano loro l'alibi di una Causa - come dicevano pomposamente - che nascondeva loro di fatto la triste violenza del male di sopravvivere di cui soffrivano. Così la loro esistenza scorreva nell'ombra ghiacciata di una vita assente. Ma quando l'aria è ammorbata, gli appestati dettano legge. Per inumani che fossero i principi dispotici che reggevano l'insegnamento e inculcavano ai ragazzi le sanguinose vanità dell'età adulta - quelli che Jean Vigo beffeggia nel suo film Zero in condotta -, partecipavano della coerenza di un sistema preponderante, rispondevano alle ingiunzioni di una società che non si riconosceva altro motore principale se non il potere e il profitto.
Ma oramai, anche se l'educazione si ostina ad obbedire agli stessi moventi, la coerenza è scomparsa: c'è sempre meno da guadagnare e sempre più vita sprecata a raschiare gli avanzi.
L'insopportabile predominanza degli interessi finanziari sul desiderio di vivere non riesce più a ingannare. Il tintinnio quotidiano dell'esca del guadagno risuona assurdamente nella misura in cui il denaro si svaluta, che un fallimento comune livella capitalismo di Stato e capitalismo privato, e che scivolano verso la fogna del passato i valori patriarcali del padrone e dello schiavo, le ideologie di destra e di sinistra, il collettivismo e il liberalismo, tutto ciò che si è edificato sullo stupro della natura terrestre e della natura umana in nome della sacrosanta merce.
Un nuovo stile sta nascendo, dissimulato soltanto dall'ombra di un colosso i cui piedi di argilla hanno già ceduto. La scuola rimane confinata nella penombra del vecchio mondo che sprofonda.
Bisogna distruggerla? Domanda doppiamente assurda.
Prima di tutto perché è già distrutta. Sempre meno interessati da ciò che insegnano e studiano - e soprattutto dalla maniera di istruire e istruirsi - professori e allievi non sono forse indaffarati a far colare a picco insieme il vecchio piroscafo pedagogico che fa acqua da tutte le parti?
La noia genera la violenza, la bruttezza degli edifici incita al vandalismo, le costruzioni moderne, cementate dal disprezzo degli impresari immobiliari, si screpolano, crollano, prendono fuoco, secondo l'usura programmata dei loro materiali di paccottiglia.
In secondo luogo, perché l'istinto di annientamento si iscrive nella logica di morte di una società mercantile la cui necessità lucrativa esaurisce la parte viva degli esseri e delle cose, la degrada, la inquina, la uccide. Accentuare la rovina non dà profitti solo agli avvoltoi dell'immobiliare, agli ideologi della paura e della sicurezza, ai partiti dell'odio, dell'esclusione, dell'ignoranza, dà anche garanzie a quell'immobilismo che non cessa di cambiare abiti nuovi e maschera la sua nullità dietro a riforme tanto spettacolari quanto effimere.
La scuola è al centro di una zona di turbolenza dove gli anni giovanili rovinano nella tetraggine, dove la nevrosi coniugata dell'insegnante e dell'insegnato imprime il suo movimento al bilanciere della rassegnazione e della rivolta, della frustrazione e della rabbia. Essa è anche il luogo privilegiato di una rinascita. Porta in gestazione la coscienza che è al centro della nostra epoca: assicurare la priorità di ciò che vive sull'economia di sopravvivenza.
Essa detiene la chiave dei sogni in una società senza sogno: la risoluzione di cancellare la noia sotto il rigoglio di un paesaggio in cui la volontà di essere felici bandirà le fabbriche inquinanti, l'agricoltura intensiva, le prigioni di ogni genere, i laboratori di affari sospetti, i depositi di prodotti sofisticati, e quelle cattedre di verità politiche, burocratiche, ecclesiastiche che chiamano lo spirito a meccanizzare il corpo e lo condannano a claudicare nell'inumano.
Stimolato dalle speranze della Rivoluzione, Saint-Just scriveva: "La felicità è un'idea nuova in Europa." Ci sono voluti due secoli perché l'idea, cedendo al desiderio, esigesse la sua realizzazione individuale e collettiva.
Ormai, ogni bambino, ogni adolescente, ogni adulto si trova all'incrocio di una scelta: sfinirsi in un mondo sfinito dalla logica della redditività ad ogni costo, o creare la propria vita creando un ambiente che ne assicuri la pienezza e l'armonia. Perché l'esistenza quotidiana non può essere confusa più a lungo con questa sopravvivenza adattativa a cui l'hanno ridotta gli uomini che producono la merce e dalla quale sono prodotti.
Noi non vogliamo più una scuola in cui si impara a sopravvivere disimparando a vivere. La maggior parte degli uomini non sono stati altro che animali spiritualizzati, capaci di promuovere una tecnologia al servizio dei loro interessi predatori ma incapaci di affinare umanamente la vita e raggiungere così la propria specificità di uomo, di donna, di fanciullo. Al termine di una corsa frenetica verso il profitto, i topi in tuta e in giacca e cravatta scoprono che non resta più che una misera porzione del formaggio terrestre che hanno rosicchiato da ogni lato. Dovranno progredire nel deperimento, o operare una mutazione che li renderà umani.
É tempo che il memento vivere prenda il posto del memento mori che bollava le conoscenze sotto il pretesto che niente è mai acquisito.
Ci siamo lasciati troppo a lungo persuadere che non c'era da attendere altro dalla sorte comune che la decadenza e la morte. É una visione da vegliardi prematuri, da golden boys caduti in senilità precoce perché hanno preferito il denaro all'infanzia. Che questi fantasmi di un presente coniugato al passato cessino di occultare la volontà di vivere che cerca in ciascuno di noi la via della sua sovranità!
Per spezzare l'oppressione, la miseria, lo sfruttamento, non basta più una sovversione avvelenata dai valori morti che essa combatte. É venuta l'ora di scommettere sulla passione incomprimibile di ciò che è vivo, dell'amore, della conoscenza, dell'avventura che chiunque abbia deciso di crearsi secondo la sua "linea di cuore" inaugura ad ogni istante.
La società nuova comincia dove comincia l'apprendistato di una vita onnipresente. Una vita da percepire e da comprendere nel minerale, nel vegetale, nell'animale, regni da cui l'uomo deriva e che porta in sé con tanta incoscienza e disprezzo. Ma anche una vita fondata sulla creatività, non sul lavoro; sull'autenticità, non sull'apparire; sull'esuberanza dei desideri, non sui meccanismi di rimozione e di sfogo. Una vita spogliata della paura, dell'obbligo, del senso di colpa, dello scambio, della dipendenza. Perché essa coniuga inseparabilmente la coscienza e il godimento di sé e del mondo.
Una donna che ha la sfortuna di abitare un paese incancrenito dalla barbarie e dall'oscurantismo scriveva: "In Algeria si insegna al bambino a lavare un morto, io voglio insegnargli i gesti dell'amore." Senza scadere in tanta morbosità, il nostro insegnamento, sotto la sua apparente eleganza, troppo spesso, non è stato che un abbigliamento dei morti. Si tratta ora di ritrovare fin nelle formulazioni del sapere i gesti dell'amore: la chiave della conoscenza è la chiave della libertà dove l'affetto è offerto senza riserve.
Che l'infanzia sia caduta nella trappola di una scuola che ha ucciso il meraviglioso invece di esaltarlo indica abbastanza in quale urgenza si trovi l'insegnamento, se non vuole cadere in seguito nella barbarie della noia, di creare un mondo di cui sia permesso meravigliarsi.
Guardatevi tuttavia dall'attendere aiuto o panacea da qualche salvatore supremo. Sarebbe vano, sicuramente, accordare credito a un governo, a una fazione politica, accozzaglia di gente preoccupata di sostenere prima di tutto l'interesse del loro potere vacillante; e nemmeno a tribuni e maitres à penser, personaggi massmediatici che moltiplicano la loro immagine per scongiurare la nullità che riflette lo specchio della loro esistenza quotidiana. Ma sarebbe soprattutto andare contro se stessi, inginocchiarsi come un questuante, un assistito, un inferiore, mentre l'educazione deve avere per scopo l'autonomia, l'indipendenza, la creazione di sé, senza la quale non vi è vero aiuto reciproco, autentica solidarietà, collettività senza oppressione.
Una società che non ha altra risposta alla miseria che il clientelismo, la carità e l'arte di arrangiarsi è una società mafiosa. Mettere la scuola sotto il segno della competizione e incitare alla corruzione, che è la morale degli affari.
La sola assistenza degna di un essere umano è quella di cui ha bisogno per muoversi con i propri mezzi. Se la scuola non insegna a battersi per la volontà di vivere e non per la volontà di potenza, essa condannerà intere generazioni alla rassegnazione, alla servitù e alla rivolta suicida. Rovescerà in soffio di morte e di barbarie ciò che ciascuno possiede in sé di più vivo e di più umano.
Io non immagino altro progetto educativo che quello di formarsi nell'amore e nella conoscenza di ciò che è vivo. Al di fuori di una scuola della vita* dove la vita si trova e si cerca senza fine - dall'arte di amare fino alle matematiche speculative - non vi è che la noia e il peso morto di un passato totalitario.

Nota:
* Nel testo école buissonnièreFaire l'école buissonière significa marinare la scuola, ma nel contesto significa una struttura di apprendimento senza rigidità, aperta alla vita (N. d. T.).
Capitolo II
Farla finita con l'educazione carceraria e la castrazione del desiderio
Ancora ieri istillato fin dalla più tenera infanzia, il sentimento di colpa erigeva intorno a ciascuno la più sicura delle prigioni, quella in cui sono murati i desideri. Per interi millenni, l'idea di una natura sfruttabile e soggetta a servitù a piacere ha condannato al peccato, al rimorso, alla penitenza, alla rimozione amara e allo sfogo compulsivo la semplice inclinazione a godere di tutti i piaceri della vita.
Quale dovrebbe essere la preoccupazione essenziale dell'insegnamento? Aiutare il fanciullo nel suo approccio alla vita per fargli imparare a sapere ciò che vuole e volere ciò che sa; cioè a soddisfare i suoi desideri, non nella soddisfazione animale ma secondo gli affinamenti della coscienza umana.
Si è prodotto l'opposto. L'apprendimento si è fondato sulla repressione dei desideri. Si è rivestito il fanciullo di abiti angelici sotto i quali non ha mai smesso di fare la bestia, una bestia snaturata per di più. Come stupirsi che le scuole imitino così bene, nella loro concezione architettonica e mentale, i penitenziari dove i reprobi sono esiliati dalle gioie ordinarie dell'esistenza?
Una scuola che ostacola i desideri stimola l'aggressività.
Gli antichi edifici scolastici ricordano i penitenziari. Le finestre poste in alto non permettevano allo sguardo dell'allievo che un'occhiata verso il cielo, unico spazio riservato alla felicità delle anime, se non dei corpi. Perché il corpo, immobilizzato su un banco di studio presto trasformato in banco di tortura, subiva nell'imbarazzo ordinario il suo destino terrestre.
Prevaleva allora l'opinione che per istruirsi (come per essere belli) bisognava imparare a soffrire. Entrare nell'età adulta, non era forse rinunciare ai piaceri dell'infanzia per progredire in una valle di lacrime, di decrepitezza, di morte?
I pedagoghi hanno sempre affermato che la disciplina e il mantenimento dell'ordine formavano la conditio sine qua non di tutta l'educazione. Oggi percepiamo meglio fino a che punto la loro pretesa scienza discendeva di fatto da una comunissima pratica repressiva: incoraggiare il disprezzo di sé e vessare gli "appetiti carnali" allo scopo di elevare l'uomo al settimo cielo dello spirito strappandolo alla materia terrestre.
Una volta declassato il corpo allo stato di oggetto e, nel caso specifico, di materiale scolastico, l'istruttore trovava ancor più facile far entrare nel cranio dello studente delle nozioni rispettabili e rispettose dell'autorità. Sollecitare l'intelligenza astratta e la ragione "obiettiva" contribuiva a nascondere quell'intelligenza sensibile e sensuale incastrata ai desideri, quella piccola luce del cuore che si accende quando il fanciullo, ritrovandosi solo con se stesso, si pone la domanda: tutte queste conoscenze, assestate con la forza e la minaccia, quanto mi aiuteranno a sentirmi bene nella mia pelle, a vivere più felice, a diventare ciò che sono?
I metodi educativi hanno rinunciato alle punizioni corporali all'epoca in cui lo schiaffo e il calcio nel culo hanno smesso di costituire l'essenziale di un'educazione familiare che, a detta dei torturatori, aveva sempre dato prova di sé.
Eccome!
Questo non significa tuttavia che il corpo sfugga ormai alle vessazioni, alla mortificazione, al disprezzo. I sensi non sono forse posti sotto alta sorveglianza durante le ore di studio e nello spazio che è loro riservato? L'occhio ha il dovere di incollarsi ai gesti del maestro. La bocca non si aprirà che all'invito del mentore, e guai a ciò che oserà profferire! Risposte sbagliate, proposizioni scandalose suscitano la bastonata, il rabbuffo, la presa in giro, l'umiliazione; mentre la parola pertinente o servile si attira la lode che il bilancio promozionale di fine anno si incaricherà di contabilizzare. La mano, infine, si leverà con educazione per sollecitare l'attenzione del pedante, con il rischio, fino a poco tempo fa, di farsi battere sulle dita con la regola del retto buon senso.
Ci si accorge, con la distanza del tempo, che studenti e studentesse sono stati trattati secondo i procedimenti dello scienziato staliniano Pavlov che, tra i cani del suo laboratorio, ricompensava la buona risposta con uno zuccherino e puniva l'errore con un choc elettrico. Non fu forse necessario che il disprezzo fosse la norma di un'epoca perché dei pedagoghi preconizzassero un metodo educativo che nessun essere umano degno di questo nome infliggerebbe oggi a un cane? Ed è poi così sicuro che la scuola non resti, nella vigliaccheria di un consenso generale, un luogo di ammaestramento e di condizionamento, al quale la cultura serve da pretesto e l'economia da realtà?
Come può esserci conoscenza dove c'è oppressione?
Mantenute dalla paura di muoversi in una prigione di muscoli tetanizzati, le emozioni rimosse instaurano tra l'oppressore e l'oppresso una logica di distruzione e di autodistruzione che spezza ogni forma di comunicazione illuminata.
Alle stupide pretese del maestro di regnare tirannicamente sulla classe rispondono con eguale stupidità il baccano e il chiasso che servono da sfogo alle energie represse.
Ovunque la prigione, il ghetto, la corazza caratteriale impongono la loro strategia di clausura, lo slancio della disperazione leva il pugno del devastatore. La mano dello scolaro si vendica mutilando tavoli e sedie, macchiando i muri di segni insolenti, strappando gli orpelli della bruttezza, sacralizzando un vandalismo in cui la rabbia di distruggere compensa il sentimento di essere distrutti, violentati, messi a sacco dalla trappola pedagogica quotidiana.
Le bocche si aprono in grida stizzose di protesta, gli occhi attingono nella sfida il bagliore di entusiasmo che è loro rifiutato. Così i movimenti di contestazione periodicamente risvegliati dalle direttive di istanze burocratiche e governative scadono - per assenza di creatività - nello stesso grigiore e nella stessa stupidità del potere inconsistente che li ha provocati. Che ci si può aspettare da manifestazioni gregarie in cui l'intelligenza degli individui, in mancanza di un progetto di cambiamento radicale, si riduce, secondo il comun denominatore delle folle, al più basso livello di comprensione?
Per evitare l'esplosione dei desideri rimossi alla rinfusa, le autorità hanno saputo approntare sacche di decompressione e di trasgressioni controllate. Il lassismo non è il soffio della libertà, è il fiato della tirannia.
Il cortile di ricreazione previsto in prigioni, caserme e scuole permette all'energia libidica compressa dai rigori della disciplina di sfogarsi a piacimento. Esso conserva la separazione fra la testa - il "capo" - e il resto del corpo, che per principio le è sottomesso, ma rovescia l'ordine gerarchico stabilito durante il tempo dello studio. L'ultimo vi diviene il primo: il cattivo scolaro e il bruto muscoloso diventano i leader e la fanno pagare al primo della classe. Nulla è cambiato se non che le pulsioni della vita oppressa si sfogano in pulsioni di morte.
Una volta chiusa la parentesi del disordine tollerato, lo spirito riprende i suoi diritti, con la missione di regnare sul caos. Quelli che il potere professorale ha aureolato della santità del sapere riprendono il loro posto in testa al plotone. La loro intellettualità rigetta nelle tenebre la bestia che si aggira nel profondo dell'essere, mentre la loro superiorità si afferma sull'orda degli indisciplinati, degli svagati, degli ultimi della classe, chiamati bestioni, secondo un insulto che meriterebbe di essere analizzato più a fondo (quando si prenderà coscienza che rinnegare l'animalità delle pulsioni invece di affinarle non conduce all'umanità ma ad una bestialità dal volto umano).
Esiste evidentemente un ritmo naturale dello sforzo e del riposo, della concentrazione e del rilassamento, ma l'organizzazione sociale del lavoro ha sostituito alla semplice alternanza di contrazione e decontrazione il meccanismo psicologico di rimozione e sfogo. Il comportamento ordinario dello sfruttatore che accorda agli sfruttati un periodo di ricreazione per rinviarli ben disposti alla fabbrica e all'ufficio si è espresso perfettamente nell'affermazione del generale de Gaulle irritato dalla rivoluzione del 1968: "È ora di fischiare la fine dell'ora di ricreazione."
Imparare senza desiderio vuol dire disimparare a desiderare.Il disprezzo di sé e degli altri è inerente al lavoro di sfruttamento della natura terrestre e della natura umana. Ecco perché pochi pensano ad indignarsi del fatto che sia moneta corrente negli scambi tra professori e allievi. Sarebbe illusorio credere che una pratica talmente intollerabile possa cessare per effetto di una scelta etica, di una volontà di cortesia, di qualche formula del tipo "le sarei grato di non parlarmi su questo tono". Ciò che è in gioco è una rifondazione radicale della società e di un insegnamento che non ha ancora scoperto che ogni bambino, ogni adolescente possiede allo stato bruto l'unica ricchezza dell'uomo, la sua creatività.
Come si può eccitare la curiosità in esseri tormentati dall'angoscia della colpa e la paura delle sensazioni? Certo esistono professori sufficientemente entusiasti da appassionare il loro uditorio e far dimenticare per un istante le condizioni detestabili che degradano il loro mestiere. Ma quanti, e per quanti anni?
Mettete da una parte i burocrati che terrorizzano la loro classe e ne sono a loro volta terrorizzati, e dall'altra gli artisti, saltimbanchi e funamboli del sapere, capaci di conquistare l'attenzione senza doversi mai trasformare in guarda-ciurme o in caporali.
Non si tratta qui di giudicare, né di entrare nella pratica imbecille del merito e del demerito, vituperando i primi e lodando i secondi. No, ciò che importa è far di tutto perché l'insegnamento mantenga sveglia quella curiosità naturale e così piena di vita che permise a Sheherazade il privilegio di tenere in scacco la morte di cui la minacciava un tiranno.
L'aberrazione del mondo a rovescio ha pesato per secoli sull'educazione del fanciullo.
Che tanti sforzi e fatica siano richiesti da parte del maestro e dell'allievo per ravvivare un'avidità di sapere così freneticamente espressa nella primissima infanzia dice abbastanza chiaramente che un'evoluzione è stata brutalmente interrotta. La curiosità è stata veramente soffocata in un periodo in cui essa partecipava dello sviluppo ludico dell'infanzia, quando era divertente eppure gettava le basi di una gaia scienza, incompatibile con la visione austera degli adulti, per i quali la scienza si veste della serietà degli affari e deve propagarsi tramite verità secche, noiose, astratte.
Ricordatevi delle mille domande che il bambino pone su se stesso e sul mondo che scopre con uno stupore senza fine. Perché piove? Perché il mare è blu? Perché mio fratello mi prende i giocattoli? Le risposte ricevute erano nella maggior parte dei casi solo frasi evasive e sgarbate. Finché stanco di un procedimento di cui gli veniva fatta sentire la sconvenienza, si lasciava penetrare dall'impressione di non essere né degno né capace di capire. Come se ogni tappa dello sviluppo psicologico non avesse il suo modo di comprensione adeguato.
Quando, finalmente disgustato da tante domande giudicate senza interesse, entra nel ciclo degli studi, gli si danno risposte di cui ha perduto il desiderio. Ciò che con passione aveva voluto conoscere qualche anno prima, è costretto a studiare per forza e sbadigliando di noia.
La differenza tra sensazioni di felicità e di infelicità aveva fatto nascere in lui quella coscienza sperimentale che permetteva di migliorare le prime ed evitare le altre. Sostenuta da una pedagogia parentale piena di attenzione, di sollecitudine e di affetto, una tale motivazione psicologica l'avrebbe spinto a desiderare senza fine, a volerne sapere di più, ad affrontare il mondo con una curiosità senza limiti. Per la semplice ragione che le conoscenze obbedivano allora alla più naturale delle pulsioni: rendersi felici.
Se l'insegnamento è ricevuto con reticenza, e perfino con ripugnanza, vuol dire che il sapere filtrato dai programmi scolastici porta il segno di un'antica ferita: è stato castrato della sua sensualità originaria.
La conoscenza del mondo senza la coscienza dei desideri di vita è una conoscenza morta. Essa non ha utilità che al servizio dei meccanismi che trasformano la società secondo le necessità dell'economia. I lenimenti che essa procura alla sorte degli uomini, non li cede che a malincuore, e sotto la minaccia di un rigore futuro che ne cancellerà gli effetti.
Dopo aver strappato lo scolaro alle sue pulsioni di vita, il sistema educativo si industria per ingozzarlo artificialmente allo scopo di immetterlo sul mercato del lavoro, dove continuerà a ripetere stentatamente il leitmotiv dei suoi anni giovanili fino al disgusto: vinca il migliore!
Vincere che cosa? Più intelligenza sensibile, più affetto, più serenità, più lucidità su se stesso e sul mondo, maggiori mezzi di agire sulla propria esistenza, più creatività? Niente affatto, più denaro e più potere, in un universo che ha usato il denaro e il potere a forza di essere usato da loro.
Errore non vuol dire colpaIl sistema educativo non si è accontentato di murare i desideri d'infanzia nella corazza caratteriale dove i muscoli tetanizzati, il cuore indurito e lo spirito impregnato dall'angoscia non favoriscono davvero l'esuberanza e la realizzazione. Non si è limitato a collocare lo scolaro in edifici senza gioia, destinati a ricordargli, nel caso se ne dimenticasse, che non è lì per divertirsi. Ha anche sospeso sulla sua testa la spada di Damocle, al contempo ridicola e minacciosa, di un verdetto.
Ogni giorno l'allievo penetra, che lo voglia o no, in un pretorio dove compare davanti ai suoi giudici sotto l'accusa di presunta ignoranza. Sta a lui dimostrare la sua innocenza rigurgitando a richiesta teoremi, regole, date, definizioni che contribuiranno al suo rilascio alla fine dell'anno scolastico.
L'espressione "mettere in esame", cioè procedere, in materia criminale, all'interrogatorio di un sospetto e all'esposizione delle accuse, rievoca la connotazione giudiziaria che rivestono la prova scritta e orale inflitte agli studenti.
Nessuno intende qui negare l'utilità di controllare l'assimilazione delle conoscenze, il grado di comprensione, l'abilità sperimentale. Ma è necessario per questo travestire in giudice e in colpevole un maestro e un allievo che chiedono soltanto di istruire ed essere istruito? Di quale spirito dispotico e desueto si investono i pedagoghi per erigersi a tribunale e tranciare nel vivo col rasoio del merito e del demerito, dell'onore e del disonore, della salvezza e della dannazione? A quali nevrosi e ossessioni personali obbediscono per osar segnare con la paura e la minaccia di un giudizio sospensivo il cammino di fanciulli e adolescenti che hanno soltanto bisogno di attenzione, di pazienza, di incoraggiamenti e di quell'affetto che conosce il segreto di ottenere molto esigendo poco?
Non sarà che il sistema educativo persiste a fondarsi su un principio ignobile, frutto di una società che non concepisce il piacere se non al vaglio di una relazione sadomasochista tra maestro e schiavo: "Chi più ama più punisce"?
È un effetto della volontà di potenza, non della volontà di vivere, il pretendere di determinare con un giudizio la sorte altrui.
Giudicare impedisce di comprendere per correggere. Il comportamento di questi giudici, allontana dall'allievo impegnato nella sua lunga marcia verso l'autonomia delle qualità indispensabili: l'ostinazione, il senso dello sforzo, la sensibilità all'erta, l'intelligenza aperta, la memoria sempre in esercizio, la percezione della vita sotto tutte le sue forme e la presa di coscienza dei progressi, dei ritardi, delle regressioni, degli errori e della loro correzione.
Aiutare un fanciullo, un adolescente a rinsaldare la maggiore autonomia possibile implica senza alcun dubbio una lucidità costante sul grado di sviluppo delle capacità e sull'orientamento che le favorirà. Ma che cosa c'è di comune tra il controllo al quale l'allievo si sottometterebbe, una volta pronto a superare una tappa della conoscenza, e la messa in esame davanti ad un tribunale professorale? Lasciate dunque il senso di colpa agli spiriti religiosi che non si occupano che di tormentarsi tormentando gli altri.
Le religioni hanno bisogno della miseria per perpetuarsi, esse la mantengono per dare maggior risalto ai loro atti di carità. Ebbene, il sistema educativo agisce forse diversamente quando presuppone nell'allievo una debolezza costitutiva, sempre esposta al peccato di pigrizia e di ignoranza, da cui può assolverlo solo la missione per così dire sacra del professore? È ora di finirla con queste frottole del passato!
Ognuno possiede la sua propria creatività. E non tollera più che venga soffocata trattando come un crimine passibile di punizione il rischio di sbagliarsi. Non ci sono colpe, ci sono solo errori, e gli errori si correggono.
Solo coloro che posseggono la chiave dei campi e la chiave dei sogni apriranno la scuola su una società apertaLa prospettiva di una redditività a tutti i costi è la cortina di ferro di un mondo chiuso dall'economia. La prospettiva di vita si apre su un mondo dove tutto è da esplorare e da creare. L'istituzione scolastica, invece, appartiene al mondo degli affari che la vorrebbe gestire cinicamente, senza l'ingombro del vecchio formalismo umanitario. Resta da sapere se allievi e professori si lasceranno ridurre alla funzione di meccanismi lucrativi, o se, non aspettandosi niente di buono dalla gestione, alla quale li si invita, di un universo in rovina, scommetteranno sull'ipotesi di imparare a vivere anziché a economizzarsi. Tutto si gioca su un cambiamento di mentalità, di visione, di prospettiva.
Infilzare una farfalla su uno spillo non è la miglior maniera di fare la sua conoscenza. Chi trasforma ciò che è vivo in cosa morta, qualunque ne sia il pretesto, dimostra soltanto che il suo sapere non gli è neppure servito a diventare umano.
Esiste, in compenso, un approccio che svela l'irraggiamento della vita in seno a un cristallo, in una poesia, un'equazione, una formula chimica, una pianta, un manufatto. Questo approccio stabilisce tra osservatore e osservato un rapporto di osmosi in cui tutto è distinto senza che niente sia separato.
La coscienza di una presenza viva nel soggetto e nell'oggetto non è di natura tale da manifestare quanto vi è di maestro nell'allievo e di allievo nel maestro? Dove manca l'intelligenza della vita ci sono soltanto rapporti tra bruti. Ciò che non si sprigiona da quanto vi è in noi di più vivo per farvi ritorno devia verso la morte, per la gloria più grande degli eserciti e delle tecnologie di profitto. È il motivo per cui la maggior parte delle scuole sono dei campi di battaglia, dove il disprezzo, l'odio e la violenza devastatrice definiscono il fallimento di un sistema educativo che obbliga l'insegnante al dispotismo e l'insegnato al servilismo.
Questa rassegnazione nella clausura spacciata per studio in cui l'allievo è invitato a sacrificarsi e a sbattere sulla sua felicità la porta della rinuncia! E come istruirà i fanciulli che ha davanti a sé l'educatore che non è nemmeno più capace di ritornare bambino rinascendo ogni giorno a se stesso? Colui che porta nel suo cuore il cadavere della propria infanzia non educherà mai nient'altro che delle anime morte.
Impartire la conoscenza è risvegliare la speranza di un mondo meraviglioso che la gioventù ha nutrito e di cui l'uomo non cessa di nutrirsi. Bisogna ancora, allo stesso tempo, spezzare la maledizione dei pregiudizi e non curarsi di quei contabili del potere e del profitto che hanno escluso così bene dalla loro realtà il meraviglioso che l'impazienza infantile relega nel regno delle fate e l'impotenza dei vecchi nella palude dell'utopia.
Il corpo umano, il comportamento animale, il fiore, la speculazione filosofica, la coltura del grano, l'acqua, la pietra, il fuoco, l'elettricità, la lavorazione del legno, l'equitazione, la fisica quantica, l'astronomia, la musica, un improvviso momento privilegiato nella vita quotidiana, tutto nasce dal meraviglioso, non per mistica contemplativa, ma perché la scelta di una preminenza di ciò che è vivo cessa di piegarsi agli imperativi tradizionali dello sfruttamento lucrativo.
Quando la foresta è il polmone della terra e non il prezzo di un certo numero di are o uno spazio da devastare per interesse immobiliare, allora si manifesta il senso umano di una natura che offre le sue risorse energetiche a chi l'affronta senza violentarla.
L'apprendimento della vita è una passeggiata nell'universo del dono. Un andar per funghi per così dire, dove la guida insegna a distinguere i funghi commestibili dagli altri, inadatti al consumo, se non mortali, ma dai quali un trattamento appropriato può trarre virtù curative.
Invece di una trincea dove langue tristemente una manodopera di riserva, perché non fate della scuola un parco di attrazioni del sapere, un luogo aperto in cui i creatori verrebbero a parlare del loro mestiere, della loro passione, della loro esperienza, di ciò che gli sta a cuore?
Un liutaio, un ortolano, un ebanista, un pittore, un biologo hanno certamente da insegnare più o meglio di quegli uomini d'affari che vengono a sostenere l'adattamento alle leggi aleatorie del mercato.
Che l'apertura sul mondo culturale sia anche l'apertura sulla diversità delle età! Perché riservare ai giovani il diritto all'istruzione, escludendo gli adulti interessati ad iniziarsi alla letteratura o alla matematica? Non avremmo tutti da guadagnare da un contatto che rompesse l'opposizione fittizia tra le classi di età?
Ma non esiste né ricetta né panacea. Appartiene solo alla volontà di vivere di ciascuno di aprire ciò che è stato chiuso dalla violenza del totalitarismo economico. In questo l'immaginazione dimostrerà la sua potenza.
Non passa anno che dozzine di maestri e professori inventivi non suggeriscano metodi di insegnamento fondati su un nuovo accordo degli esseri e delle cose. Voi che vi lamentate del numero di burocrati che usurpano il nome di insegnante, e che gettano sul pianeta il freddo sguardo delle cifre a forza di limitare il loro interesse alla busta paga, quando mai avete rivendicato che fossero portate più avanti le idee di Freinet e di qualche altro dal sapere generoso? Quando mai avete opposto ai distillatori di noia che vi governano dei progetti di educazione ludica e vivente? Avete mai cercato di sostituire al rapporto gerarchico tra maestro e allievo un rapporto fondato non più sull'obbedienza, ma sull'esercizio della creatività individuale e collettiva?
Quando degli uomini politici di una costernante mediocrità vi invitano a sottoporre loro le vostre rivendicazioni, non hanno forse la soddisfazione di scoprirvi miserabili quanto loro, se non finanziariamente, almeno per intelligenza e immaginazione? Non abbiate dubbio che al prezzo scontato a cui vi svendete, vi concedano senza indugiare il diritto di deriderli in grandi manifestazioni catartiche.
La peggior rassegnazione è quella che veste gli abiti della rivolta. Nutrite per voi stessi così poca stima da non prendere il tempo di riconoscere i vostri desideri di vita, da non sapere quale esistenza volete condurre? Non concepite dunque altra scelta che l'alternativa che vi è ufficialmente proposta tra la povertà del ricco e la miseria del povero?
Il desolante avvenire di una vita passata a racimolare il denaro del mese deve sembrarvi luminoso solo perché l'ombra della disoccupazione cresce ovunque regni il sole mediatico del pieno impiego? Nulla uccide con più sicurezza che accontentarsi di sopravvivere.
Capitolo III
Smilitarizzare l'insegnamento
Lo spirito da caserma ha regnato sovrano nelle scuole. Vi si marciava al passo, ubbidendo agli ordini dei sorveglianti ai quali non mancavano che l'uniforme e i galloni. La configurazione dell'edificio obbediva alla legge dell'angolo retto e della struttura rettilinea. Così l'architettura si impegnava a sorvegliare le trasgressioni con la rettitudine di un'austerità spartana.
Fin negli anni sessanta, l'istituzione educativa rimase impastata delle virtù guerriere che prescrivevano di andare a morire alle frontiere piuttosto che dedicarsi ai piaceri dell'amore e della felicità. Una tale ingiunzione cadrebbe oggi nel ridicolo ma, a dispetto della mutazione cominciata nel maggio '68 e del discredito nel quale è caduto l'esercito di un'Europa senza conflitti (ad eccezione di qualche guerra locale in cui disdegna di intervenire), sarebbe eccessivo pretendere che sia caduta in desuetudine la tradizione dell'ingiunzione vociferata, dell'insulto abbaiato, dell'ordine senza replica e dell'insubordinazione che ne è la risposta appropriata.
L'autorità quasi assoluta di cui è investito il maestro serve piuttosto all'espressione di comportamenti nevrotici che alla diffusione di un sapere. La legge del più forte non ha mai fatto dell'intelligenza altro che una delle armi della stupidità. Molti arricciano il naso, sicuramente, per il fatto di non avere che il diritto di tacere. Ma finché una comunità di interessi non situerà al centro del sapere le inclinazioni, i dubbi, i tormenti, i problemi che ciascuno risente giorno dopo giorno - cioè quel che forma la parte più importante della sua vita -, non vi sarà che l'obitorio e il disprezzo per trasmettere dei messaggi il cui senso non ci riguarda veramente in quanto esseri di desiderio.
Ciò che si insegna attraverso la paura rende il sapere timoroso
L'autorità legalmente accordata all'insegnante dà un gusto così amaro alla conoscenza che l'ignoranza arriva a drappeggiarsi degli allori della rivolta. Chi dispensa il suo sapere per piacere non sa che farsene di imporlo, ma l'irreggimentazione educativa è tale che bisogna istruire per dovere, non per piacere.
Provate un po' a sostenere una mutua comprensione tra un professore che entra nella classe come in una gabbia di fiere e degli studenti abituati a schivare la frusta e pronti a divorare il domatore! Mentre, in Europa occidentale, l'autocratismo è ovunque attaccato, la scuola resta dominata dalla tirannia. Si fa a chi abbaia più forte in un'arena in cui le frustrazioni si sbranano.
Niente è più ignobile della paura, che abbassa l'uomo alla bestia braccata, ed io non concepisco che la si possa tollerare né da parte dell'allievo né da quella del professore. Nulla progredisce attraverso il terrore se non il terrore stesso. Quand'anche le direttive pedagogiche si sfiancassero a privilegiare il principio che mi sembra la condizione di un vero apprendimento della vita: togliere la paura e dare la sicurezza, bisognerebbe, per applicarlo, fare della scuola un luogo in cui non regnano né autorità né sottomissione, né forti né deboli, né primi né ultimi. Finché non formerete una comunità di allievi e di insegnanti appassionati a perfezionare ciò che ciascuno ha di creativo in sé, avrete un bell'indignarvi della barbarie sotto ogni forma, del fanatismo religioso, del settarismo politico, dell'ipocrisia e della corruzione dei governanti, non scaccerete né gli integralismi, né le mafie della droga e degli affari, perché vi è nell'organizzazione gerarchizzata dell'insegnamento un fermento sornione che predispone al loro dominio.
Ora che le ideologie di sinistra e di destra si sciolgono al sole della loro comune menzogna, l'unico criterio di intelligenza e di azione risiede nella vita quotidiana di ciascuno e nella scelta alla quale ogni istante lo confronta, tra ciò che afferma la propria vita e ciò che la distrugge. Se tante idee generose sono diventate il loro contrario, è perché il comportamento che militava in loro favore ne era la negazione. Un progetto di autonomia e di emancipazione non può fondarsi, senza vacillare, sulla volontà di potenza che continua ad imprimere nei gesti il segno del disprezzo, della servitù, della morte.
Non intravvedo altro modo di finirla con la paura e la menzogna che ne consegue se non in una volontà ravvivata incessantemente di godere di sé e del mondo. Imparare a sgarbugliare ciò che ci rende più vivi da ciò che ci uccide è la prima delle lucidità, quella che dà il suo senso alla conoscenza.
Le tecniche più elaborate mettono a nostra disposizione una notevole quantità di informazioni. Tali progressi non sono da sottovalutare ma resteranno lettera morta se un rapporto privilegiato tra educatori e piccoli gruppi di scolari non innesterà la rete delle conoscenze astratte sul solo "terminale" che ci interessa: quello che ciascuno vuole fare della sua vita e del suo destino.
Liberare dalla costrizione il desiderio di sapere
Lo sfruttamento violento della natura ha sostituito la costrizione al desiderio; esso ha propagato ovunque la maledizione del lavoro manuale e intellettuale, e ridotto ad un'attività marginale la vera ricchezza dell'uomo: la capacità di ricrearsi ricreando il mondo.
Producendo un'economia che li economizza fino a farne l'ombra di se stessi, gli uomini non hanno fatto altro che ostacolare la loro evoluzione. È per questo che l'umanità resta da inventare.
La scuola porta il marchio visibile di una frattura nel progetto umano. Vi si percepisce sempre di più come e in quale momento la creatività del bambino vi è fatta a pezzi sotto il martellamento del lavoro. La vecchia litania familiare: "Prima lavora, ti divertirai in seguito" ha sempre espresso l'assurdità di una società che ingiungeva di rinunciare a vivere per meglio consacrarsi a una fatica che distruggeva la vita e non lasciava ai piaceri che i colori della morte.
Ci vuole tutta la stupidità dei pedagoghi specializzati per stupirsi che tanti sforzi e fatiche inflitti agli scolari portino a risultati così mediocri. Che cosa aspettarsi quando il cuore è assente? Charles Fourier, nel corso di un'insurrezione, osservando con quale cura e quale ardore gli agitatori disselciavano i sanpietrini di una strada e alzavano una barricata in qualche ora, notava che per la stessa opera ci sarebbero voluti tre giorni di lavoro ad una squadra di sterratori agli ordini di un padrone. I salariati non avrebbero trovato altro interesse nella faccenda che la paga, mentre la passione della libertà animava gli insorti. Solo il piacere di essere sé e di appartenersi darebbe al sapere quell'attrazione passionale che giustifica lo sforzo senza ricorrere alla costrizione.
Perché diventare ciò che si è esige la più intransigente delle risoluzioni. Ci vuole costanza e ostinazione. Se non vogliamo rassegnarci a consumare delle conoscenze che ci ridurranno al miserabile stato di consumatori, non possiamo ignorare che, per uscire dall'imbroglio in cui si è impantanata la società del passato, dovremo prendere l'iniziativa di una spinta nel senso opposto. Ma come? Vi si vede pronti a battervi e a schiacciare gli altri per ottenere un impiego ed esitereste ad investire le vostre energie in una vita che sarà tutto l'impiego che farete di voi stessi?
Noi non vogliamo essere i migliori, noi vogliamo che il meglio della vita ci appartenga, secondo quel principio di inaccessibile perfezione che abolisce l'insoddisfazione in nome dell'insaziabilità.
Capitolo IV
Fare della scuola un centro di creazione di vita, non l'anticamera di una società parassitaria e mercantile
Nel dicembre 1991 la Commissione europea ha pubblicato un memorandum sull'insegnamento superiore. Vi si raccomandava alle università di comportarsi come imprese sottoposte alle regole concorrenziali del mercato. Lo stesso documento auspicava che gli studenti fossero trattati come dei clienti, incitati non ad apprendere ma a consumare.
I corsi diventavano così dei prodotti, i termini "studenti", "studi", lasciavano il posto ad espressioni più appropriate al nuovo orientamento: "capitale umano", "mercato del lavoro".
Nel settembre 1993 la stessa Commissione recidiva con un Libro verde sulla dimensione europea dell'educazione. Vi si precisa che, sin dalla scuola materna, bisogna formare delle "risorse umane per i bisogni esclusivi dell'industria" e favorire "una maggiore adattabilità di comportamento in maniera da rispondere alla domanda del mercato della manodopera".
Ecco come lo zoom insudiciato del presente proietta come futuro radioso la forza esaurita del passato!
Una volta eliminato quel che sussisteva di mediocremente redditizio nella scuola di ieri - il latino, il greco, Shakespeare e compagnia -, gli studenti avranno finalmente il privilegio di accedere ai gesti che salvano: equilibrare la bilancia dei mercati producendo dell'inutile e consumando della merda.
L'operazione è sulla buona strada perché per quanto si dicano diversi, i governi aderiscono all'unanimità al principio: "L'impresa deve essere impostata sulla formazione e la formazione sui bisogni dell'impresa."
Delle nuove leve per gestire il fallimento
Non è inutile precisare, per aiutare alla comprensione della nostra epoca, attraverso quale processo lo sviluppo del capitalismo sia sfociato in una crisi planetaria che è la crisi dell'economia nel suo funzionamento totalitario.
Ciò che ha dominato, dall'inizio del XIX secolo, l'insieme dei comportamenti individuali e collettivi, è stata la necessità di produrre. Organizzare la produzione tramite il lavoro intellettuale e il lavoro manuale esigeva un metodo direttivo, una mentalità autoritaria, se non dispotica. Erano i tempi della conquista militare dei mercati. I paesi industrializzati depredavano senza scrupoli le risorse delle nuove colonie.
Quando il proletariato iniziò a coordinare le sue rivendicazioni, subì, a dispetto della sua spontaneità libertaria, l'influenza autocratica che la preminenza del settore produttivo esercitava sui costumi. Sindacati e partiti operai si danno una struttura burocratica che avrebbe finito per ostacolare le masse laboriose con il pretesto di emanciparle.
Il potere rosso si stabilisce tanto più facilmente perché riesce a strappare alla classe sfruttatrice porzioni dei benefici, tradotte in aumenti salariali, miglioramenti del tempo lavorativo (la giornata di otto ore, le ferie pagate), vantaggi sociali (sussidio di disoccupazione, mutua).
Gli anni '20 e '30 spingono al suo stadio supremo la centralizzazione della produzione. Il passaggio dal capitalismo privato al capitalismo di Stato avviene brutalmente in Italia, in Germania, in Russia, dove la dittatura di un partito unico - fascista, nazista, stalinista - impone la statalizzazione dei mezzi di produzione.
Nei paesi in cui la tradizione liberale ha salvaguardato una democrazia formale, la concentrazione monopolistica che attribuisce allo Stato una vocazione padronale si compie in modo più lento, sornione, meno violento.
È negli Stati Uniti che si manifesta per la prima volta un nuovo orientamento economico, votato ad uno sviluppo che trasformerà sensibilmente le mentalità e i costumi: l'incitamento al consumo infatti diventa più forte della necessità di produrre.
A partire dal 1945 il piano Marshall, destinato ufficialmente ad aiutare l'Europa devastata dalla guerra, apre la via alla società dei consumi, identificata ad una società del benessere.
L'obbligo di produrre a qualunque prezzo cede il posto ad un'impresa addobbata con gli ornamenti della seduzione, sotto la quale si nasconde nei fatti un nuovo imperativo prioritario: consumare. Consumare qualunque cosa, ma consumare.
Si assiste allora ad un'evoluzione sorprendente: un edonismo da supermercato e una democrazia da self-service, propagando l'illusione dei piaceri e della libera scelta riescono a minare - in modo più sicuro di quanto lo avrebbero sperato gli anarchici del passato - i sacrosanti valori patriarcali, autoritari, militari e religiosi che un'economia dominata dagli imperativi della produzione aveva privilegiato.
Si misura meglio oggi quanto la colonizzazione delle masse lavoratrici, attraverso l'incitamento pressante a consumare una felicità secondo i propri gusti, abbia rallentato la stretta dell'economia sulle colonie d'oltremare e abbia favorito il successo delle lotte di decolonizzazione.
Se la libertà degli scambi e la loro indispensabile espansione hanno contribuito alla fine della maggior parte dei regimi dittatoriali e al crollo della cittadella comunista, hanno svelato assai rapidamente i limiti del benessere consumabile.
Frustrati da una felicità che non coincideva propriamente con l'inflazione di gadgets inutili e di prodotti adulterati, a partire dal 1968, i consumatori hanno preso coscienza della nuova alienazione di cui erano fatti oggetto. Lavorare per un salario che si investe nell'acquisto di merci di un valore d'uso aleatorio, suggerisce meno lo stato di beatitudine che l'impressione spiacevole di essere manipolati secondo le esigenze del mercato. Coloro che subivano l'officina e l'ufficio durante la giornata ne uscivano solo per entrare nelle fabbriche meno coercitive ma più menzognere del consumabile.
I falsi bisogni prevalendo su quelli veri, questo "gadget qualunque" che bisognava comprare ha finito per generare a sua volta una produzione sempre più aberrante di servizi parassitari, orditi intorno al cittadino con il compito di rassicurarlo, inquadrarlo, consigliarlo, sostenerlo, guidarlo, in breve di inglobarlo in una sollecitudine che lo assimila a poco a poco a un handicappato.
Si sono visti così i settori prioritari sacrificati a vantaggio del settore terziario, che vende la propria complessità burocratica sotto forma di aiuti e protezioni. L'agricoltura di qualità è stata schiacciata dalle lobbies dell'agroalimentare che producono in eccesso surrogati di cereali, carni e verdure. L'arte di abitare è stata sepolta sotto il grigiore, la noia e la criminalità del cemento che assicura le entrate dei gruppi di affari.
Per quanto riguarda la scuola, essa è chiamata a servire da riserva per gli studenti d'élite ai quali è promessa una bella carriera nell'inutilità lucrativa e nelle mafie finanziarie. Il circolo è chiuso: studiare per trovare un impiego, per quanto aberrante sia, si è riallacciato con l'ingiunzione di consumare nel solo interesse di una macchina economica che si blocca da tutte le parti in Occidente - anche se gli specialisti ci annunciano ogni anno la sua trionfale ripresa.
Ci impantaniamo nelle paludi di una burocrazia parassitaria e mafiosa in cui il denaro si accumula e circola in circuito chiuso anziché investirsi nella fabbricazione di prodotti di qualità, utili al miglioramento della vita e del suo ambiente. Il denaro è ciò che manca di meno, contrariamente a quello che vi rispondono i vostri deputati, ma l'insegnamento non è un settore redditizio.
Esiste tuttavia un'alternativa all'economia di deperimento e al suo impossibile rilancio. Allontanandosi dal fossato che si scava sempre di più tra gli interessi della merce e l'interesse di ciò che vive, l'alternativa propone di riconvertire al servizio dell'umano una tecnologia che l'imperialismo lucrativo ha disumanizzato, fino a farne - nel caso della fissione nucleare e della sperimentazione genetica - delle temibili nocività. Essa esige di accordare la priorità alla qualità della vita e a quelle attività di base che l'assurdità del capitalismo arcaico condanna precisamente a cadere a pezzi sotto i colpi di continue restrizioni di bilancio: l'abitazione, l'alimentazione, i trasporti, l'abbigliamento, la salute, l'educazione e la cultura.
Una mutazione si mette in moto sotto i nostri occhi. Il neocapitalismo si prepara a ricostruire con profitto ciò che il vecchio ha rovinato. A dispetto delle resistenze del passato, le energie naturali finiranno per sostituirsi ai mezzi di produzione inquinanti e devastanti.
Come la rivoluzione industriale ha suscitato, dall'inizio del XIX secolo, un numero considerevole di inventori e di innovazioni - elettricità, gas, macchina a vapore, telecomunicazioni, trasporti rapidi -, così la nostra epoca esprime una domanda di nuove creazioni che prenderanno il posto di ciò che oggi serve la vita solo minacciandola: il petrolio, il nucleare, l'industria farmaceutica, la chimica inquinante, la biologia sperimentale... e la pletora di servizi parassitari dove prolifera la burocrazia.
La fine del lavoro forzato inaugura l'era della creativitàIl lavoro è una creazione abortita. Il genio creatore dell'uomo si è trovato preso in trappola in un sistema che l'ha condannato a produrre potere e profitto, non lasciando altro sfogo al suo rigoglio che l'arte e il sogno.
Ora, questo lavoro di sfruttamento della natura, così spesso esaltato come la potenza prometeica che trasforma il mondo, ci consegna oggi il suo bilancio definitivo: una sopravvivenza confortevole le cui risorse ed il cui cuore si consumano nel circolo vizioso del profitto.
Come potrebbe un lavoro così inutile e così nocivo alla vita non esaurirsi a sua volta? Ieri procurava l'automobile e la televisione, al prezzo dell'aria inquinata e dei palliativi di una vita assente. Oggi resta solo un salvagente aleatorio di una società paralizzata dall'inflazione burocratica, dove niente è più garantito, né il salario, né la casa, né i prodotti naturali, né le risorse energetiche, né le conquiste sociali.
In un'atmosfera resa oppressiva dalla rarefazione degli affari, la diminuzione del lavoro è evidentemente sentita come una maledizione. La disoccupazione è un lavoro svuotato. Una stessa rassegnazione vi fa attendere un'elemosina come il lavoratore attende il suo salario dedicandosi ad un'occupazione che lo annoia (anche se ormai giudica imprudente confessarlo).
Mentre tutto va alla malora sul filo di una disperazione ispirata dall'autodistruzione planetaria economicamente programmata, un mondo è là, lasciato all'abbandono, un mondo che bisogna restaurare, spogliare delle sue nocività e ricostruire per il nostro benessere, come se, spezzandosi, lo specchio delle illusioni consumistiche avesse messo la felicità alla nostra portata, dopo averne mostrato il falso riflesso.
Diminuire il tempo di lavoro per meglio distribuirlo? Sia pure. Ma in quale prospettiva e con quale coscienza? Se l'obbiettivo dell'operazione è, per i più, aumentare la produzione di beni e di servizi utili al mercato e non alla vita, in cambio di un salario che ne pagherà il consumo crescente, allora il vecchio capitalismo non avrà fatto altro che recuperare a suo profitto ciò che finge di abbandonare al profitto di tutti.
Al contrario, se la stessa pratica ubbidisce alle sollecitazioni di un neocapitalismo che cerca nell'investimento ecologico un'arma contro l'immobilismo di un padronato senza immaginazione, mancherà soltanto una presa di coscienza perché il salario garantito e il tempo di lavoro ridotto aprano a ciascuno il campo di una libera creazione e la libertà di ritrovarsi ed essere infine se stessi.
Perché, a dispetto dell'occultazione che intrattengono intorno ad essa le burocrazie della corruzione e le mafie affariste, esiste una domanda economico-sociale che va controcorrente rispetto alle grida di soccorso del disastro ordinario. Essa reclama un ambiente che migliori la qualità della vita, una produzione senza oppressione né inquinamento, dei rapporti autenticamente umani, la fine della dittatura che la redditività esercita sulla vita. Sta a voi - e alla nuova scuola che inventerete - impedire che la creatività, obiettivamente stimolata dalla promessa di impieghi di utilità pubblica, si intrappoli nell'alienazione economica, tagliandosi fuori dalla creazione di sé.
Se vi dimenticate di ciò che siete e in quale vita volete essere, non sperate in un altro destino che quello di una merce buona da buttare appena superata la cassa.
Privilegiare la qualitàA forza di obbedire al criterio della quantità, la corsa al profitto scade nell'assurdità della sovrapproduzione. Produrre molto aumentava ieri il plusvalore dei padroni, che non esitavano a distruggere le eccedenze di caffè, di carne, di grano per impedire un abbassamento dei pressi sul mercato.
Lo sviluppo del consumo, toccando un più vasto settore della popolazione, ha permesso di assorbire in una certa misura una crescente quantità di merci concepite piuttosto a scopo di guadagno che per il loro uso pratico. La qualità di un prodotto è stata considerata con tanta più disinvoltura in quanto non era questa a determinare il livello delle vendite, ma la menzogna pubblicitaria di cui era rivestita per sedurre il cliente. Ma a forza di lavare sempre più bianco anche la menzogna finisce per logorarsi. Offesa dall'eccesso di disprezzo, la clientela ha finito per recalcitrare. Si è mostrata critica, ha rifiutato di ingoiare ciecamente quello che il cucchiaino dello slogan gli infilava ad ogni momento negli occhi, in bocca, nelle orecchie, in testa.
Molti hanno dunque deciso di non lasciarsi più consumare da un'economia che se ne infischia della loro salute e della loro intelligenza. Esigendo la qualità di ciò che viene loro proposto, scoprono o riscoprono la loro qualità di esseri, la loro specificità di individui lucidi, che era stata occultata da quella riduzione allo stato gregario provocata e intrattenuta dalla propaganda consumistica.
Ma, mentre gli organismi di difesa dei consumatori organizzano il boicottaggio dei prodotti snaturati da un'agricoltura che inonda il mercato di cereali forzati, di ortaggi concimati, di carni provenienti da animali martirizzati in allevamenti-lager, sembra che nelle scuole ci si rassegni a vedere la cultura avviarsi sulla stessa strada della peggiore agricoltura.
Se gli uomini politici nutrissero nei riguardi dell'educazione le buone intenzioni che proclamano a ogni pie' sospinto, non dovrebbero mettere in opera tutto per garantire la qualità? Tarderebbero forse a decretare le due misure che determinano la condizione sine qua non di un apprendimento umano: aumentare il numero di insegnanti e diminuire il numero di allievi per classe, in modo che ciascuno sia trattato secondo la sua specificità e non nell'anonimato di una folla?
Ma, apparentemente, l'interesse ha per loro una connotazione più economica che semplicemente umana. Se i governi privilegiano l'allevamento intensivo di studenti consumabili sul mercato, allora i principi di una sana gestione prescrivono di stivare nello spazio scolastico più piccolo la quantità minima di teste, modellabili dal minimo personale possibile. La logica è perfetta e nessuna società protettrice degli animali insorgerà contro il consumo forzato di conoscenze sottoposte alla legge della domanda e dell'offerta, né contro gli usi da mercanti di cavalli che regnano sulla fiera del lavoro.
Rassegnatevi dunque al partito preso della stupidità che implica lo stato gregario, perché per educare una classe di trenta allievi non vedo che la sferza o l'astuzia.
Ma non invocate l'impossibilità materiale di promuovere un insegnamento personalizzato. Gli sviluppi delle tecniche audiovisive non potrebbero permettere ad un grande numero di studenti di ricevere individualmente ciò che un tempo apparteneva al maestro di ripetere fino a memorizzazione (ortografia, grammatica elementare, vocabolario, formule chimiche, teoremi, solfeggio, declinazioni...)? Oppure di verificare come in un gioco il grado di assimilazione e di comprensione?
Così liberato di un'occupazione ingrata e meccanica, l'educatore non avrebbe più che da dedicarsi all'essenziale del suo compito: assicurare la qualità delle informazioni globalmente ricevute, aiutare alla formazione di individui autonomi, dare il meglio del suo sapere e della sua esperienza aiutando ciascuno a leggersi e a leggere il mondo.
Informazione al massimo numero di soggetti possibili, formazione per piccoli gruppi. Al centro di una vasta rete di irrigazione che dreni verso ogni allievo la molteplicità delle conoscenze, l'educatore avrà finalmente la libertà di diventare ciò che ha sempre sognato di essere: il rivelatore di una creatività di cui non vi è nessuno che non possieda la chiave, per quanto nascosta essa sia sotto il peso delle passate costrizioni.
Capitolo V
Imparare l'autonomia, non la dipendenza
La scuola ha promulgato per secoli il sequestro del fanciullo da parte della famiglia autoritaria e patriarcale. Ora che si abbozza tra i genitori e la loro progenie una comprensione reciproca fatta di affetto e di autonomia progressiva, sarebbe un peccato che la scuola cessasse di ispirarsi alla comunità familiare.
Paradossalmente il sistema educativo, che accoglie con i giovani ciò che cambia di più, è anche quello che meno è cambiato.
La famiglia tradizionale preferiva fabbricare dei bambini in serie piuttosto che offrire la vita a due o tre piccoli esseri ai quali avrebbe dedicato senza riserve amore e attenzione. Quelli che non morivano in tenera età serbavano nel cuore il più delle volte una ferita segreta. La tirannia, il senso di colpa, il ricatto affettivo generarono in tal modo generazioni di spacconi che nascondevano sotto la durezza del carattere un infantilismo che imponeva loro di cercare un sostituto del padre e della madre in quelle famiglie a prestito che erano le chiese, i partiti, le sette, il gregarismo nazionale e i corpi di armata di ogni genere. La storia non ha conosciuto, per la sua disumanità, che dei bravacci in carenza di affetto. Ci voleva un bel po' di cinismo per evocare la "selezione naturale", tipica della specie animale, quando la produzione di carne da cannone e da fabbrica implicava la sua correzione statistica, e l'economia familiare di procreazione comportava un vizio di forma in cui la morte svolgeva la sua parte.
L'evoluzione dei costumi ci fa guardare oggi come ad una mostruosità questa proliferazione bestiale di vite irrimediabilmente condannate a venir riassorbite sotto i colpi di machete della guerra, del massacro, della carestia, della malattia. Eppure: stigmatizzare la sovrappopolazione dei paesi dove l'oscurantismo religioso si nutre della miseria che consciamente mantiene, e accettare che in Europa uno stesso spirito arcaico e sprezzante continui a trattare gli studenti come bestiame denota un'evidente incoerenza.
Perché il sovraffollamento delle classi non è solo causa di comportamenti barbari, di vandalismo, di delinquenza, di noia, di disperazione, perpetua per di più l'ignobile criterio della competitività, la lotta concorrenziale che elimina chiunque non si conformi alle esigenze del mercato. Il bruto arrivista ha la meglio sull'essere sensibile e generoso, ecco ciò che i disonesti al potere chiamano anch'essi, come i brillanti pensatori di un tempo, una selezione naturale.
Non ci sono bambini stupidi, ci sono solo educazioni imbecilli. Forzare lo scolaro a issarsi fino in cima al cesto contribuisce al progresso laborioso della rabbia e della furbizia animali, non certo allo sviluppo di un'intelligenza creatrice e umana.
Ricordate che nessuno è paragonabile né riducibile a nessun altro, a niente altro. Ciascuno possiede le sue proprie qualità, non gli resta che affinarle per il piacere di sentirsi in accordo con ciò che vive. Che si cessi dunque di escludere dal campo educativo il fanciullo che si interessa più ai sogni e ai criceti che alla storia dell'Impero romano. Per chi rifiuta di lasciarsi programmare dai calcolatori della vendita promozionale, tutte le strade portano verso di sé e verso la creazione.
Ieri ci si doveva identificare al padre, eroe o cretino dai così dolci sarcasmi. Ora che i padri si accorgono che la loro indipendenza progredisce con l'indipendenza del bambino, ora che sentono abbastanza l'amore di sé e degli altri per aiutare l'adolescente a disfarsi della loro immagine, chi sopporterà che la scuola proponga ancora come modelli di realizzazione il finanziere efficace e corrotto, l'uomo politico energico e rimbecillito, il mafioso che regna con il clientelismo e la corruzione, mentre l'uomo d'affari trae i suoi ultimi profitti dal saccheggio del pianeta?
Ricercare la propria identità in una religione, un'ideologia, una nazionalità, una razza, una cultura, una tradizione, un mito, un'immagine vuol dire condannarsi a non raggiungersi mai. Identificarsi a ciò che si possiede in sé di più vivo, questo solo emancipa.
L'alleanza con il bambino è un'alleanza con la natura
La violenza esercitata contro il bambino da parte della famiglia patriarcale partecipava dello stupro della natura operato dal lavoro della merce. Che la coscienza di un saccheggio planetario sia passata dalla difesa dell'ambiente ad una volontà di approccio non violento alle risorse naturali ha contribuito non poco a spezzare il giogo che lo sfruttamento economico faceva pesare sull'uomo, la donna, il bambino, la fauna e la flora.
Il sentire che noi deriviamo da una matrice comune, la terra, il cui ricordo si ravviva al momento della gestazione nel ventre materno, ha tanto meglio nutrito la nostalgia di un'età dell'oro e di un'armonia originale quanto più il lavoro forzato ci separava dalla natura e da noi stessi con uno strappo a lungo percepito come un tormento esistenziale, una sofferenza dell'essere.
Il fallimento di un'economia di saccheggio e di inquinamento e l'emergere di un progetto di ricreazione simbiotica dell'uomo e del suo ambiente naturale ci sbarazzano ormai di un paradiso perduto il cui fantasma ha ossessionato la storia impotente a costruirsi umanamente: il mito del buon selvaggio, del comunismo primitivo, del millenarismo apocalittico che, dopo aver fatto i bei giorni del nazismo, rinasce sotto il nome di integralismo.
Almeno avremo imparato che la vita non è una regressione allo stadio protoplasmatico ma un processo di affinamento e di organizzazione dei desideri.
Nella lotta contro il cancro, è prevalsa a lungo l'idea che si dovessero distruggere le cellule che un'improvvisa e frenetica proliferazione condannava al deperimento. Si ritiene oggi preferibile rafforzare il potenziale di vita delle cellule periferiche sane e favorire la riconquista di ciò che è vivo piuttosto che annientare quelle di cui la morte si è impadronita. Mi piacerebbe molto che un simile atteggiamento determinasse sovranamente il nostro rapporto con noi stessi, coi nostri simili e con il mondo.
Al contrario di tante generazioni abbrutite che fecero della sensibilità una debolezza, da cui molti si premunivano diventando sanguinari, noi sappiamo ormai che l'amore di ciò che vive risveglia un'intelligenza senza pari misura con lo spirito contorto che regna sugli universi totalitari.
Un'etica del rispetto degli esseri, altamente stimabile, prescrive di non uccidere un animale, di non abbattere un albero senza aver tentato di tutto per evitarlo. Ciò nondimeno, quel che una tale raccomandazione comporta di artificio e di costrizione, non eliminerà mai la convinzione come la coscienza che il danno che si fa a ciò che è vivo lo si fa a se stessi, se non si fa attenzione, perché ciò che è vivo non è un oggetto ma un soggetto che merita di essere trattato secondo il diritto imprescrittibile di ciò che è nato alla vita.
Sull'aiuto indispensabile al rifiuto dell'assistenza permanenteIl cammino dell'autonomia è simile a quello del bambino che impara a camminare.
Non ci si riesce senza lacrime e sforzi. Il rischio di cadere, di farsi male, di soffrire aggiunge ai primi passi l'ostacolo della paura. Tuttavia il soccorso di un affetto che incoraggia a rialzarsi, a ricominciare, ad ostinarsi, a coordinare i gesti dimostra che la padronanza dei movimenti si acquisisce meglio e più presto che nelle condizioni di un tempo in cui si trattava di progredire non solo sotto i fuochi incrociati della vanità beffarda, della minaccia diffusa, dell'angoscia di non essere più amati se non ci si applica, ma soprattutto attraverso un malessere, discretamente nutrito dall'ambiguità dei genitori desiderosi e nello stesso tempo timorosi che il loro bambino faccia i suoi primi passi verso un'autonomia che lo sottrarrebbe alla loro autorità tutelare e toglierebbe loro la sensazione di essere indispensabili.
L'insegnamento dei più piccini si è modellato senza fatica sulle attitudini familiari che fanno di tutto per assicurare la felicità nell'indipendenza - tant'è vero che i genitori la recuperano non appena l'adolescente ne prende possesso. Ispirandosi a quella comprensione osmotica dove si educa lasciandosi educare, le scuole materne attingono al privilegio di accordare il dono dell'affetto e il dono delle prime conoscenze - e che una qualità tanto preziosa all'esistenza degli individui e delle collettività sia considerata degna dei salari più bassi da parte dell'affarismo governativo la dice lunga su quale disprezzo dell'utilità pubblica raggiunga la logica del profitto.
La rottura è brutale all'ingresso nelle superiori. Si regredisce nella famiglia arcaica dove il fanciullo imparava a cavarsela da solo unicamente firmando un atto di una riconoscenza eterna a coloro che avevano assicurato il suo ammaestramento. La fiducia in sé, minata e compensata con l'insolenza, ricompone la ripugnante mescolanza di superbia e servilità che formava, nel passato, la norma del comportamento sociale.
Al desiderio sincero di fare dell'adolescente un essere umano a tutti gli effetti si sovrappone in un evitabile malessere l'esercizio di un potere al quale la struttura gerarchica costringe l'insegnante. Come potrebbe non vincere la tentazione di rendersi indispensabile e di coltivare nello studente una debolezza che ne rende più facile il dominio? Chi vende stampelle ha bisogno di zoppi.
Usciamo appena e con pena da una società in cui, non avendo mai potuto credere in se stessi, gli individui hanno accordato la loro credenza a tutti i poteri che li storpiavano facendoli marciare. Dio, chiese, Stato, patria, partito, leaders e piccoli padri dei popoli, tutto è stato ragionevole pretesto per non dover vivere da se stessi. Questi bambini che un tempo rialzavamo per farli cadere, è tempo di insegnar loro a imparare da soli. Che sia infine rotta l'abitudine di essere in domanda anziché essere in offerta, e che sia archiviata la miserabile società di assistiti permanenti la cui passività fa la forza dei corrotti.
Il denaro del servizio pubblico non deve più essere al servizio del denaro
L'educazione appartiene alla creazione dell'uomo, non alla produzione di merci. Avremmo dunque revocato l'assurdo dispotismo degli dei per tollerare il fatalismo di un'economia che corrompe e degrada la vita sul pianeta e nella nostra esistenza quotidiana?
La sola arma di cui disponiamo è la volontà di vivere, alleata alla coscienza che la propaga. A giudicare dalla capacità dell'uomo a sovvertire ciò che lo uccide, può essere un'arma assoluta.
La logica degli affari, che tenta di governarci, esige che ogni retribuzione, sovvenzione o elemosina consentita si paghi con la massima obbedienza al sistema mercantile. Non avete altra scelta che seguirla o rifiutarla seguendo i vostri desideri. O entrerete come clienti nel mercato europeo del sapere lucrativo - cioè come schiavi di una burocrazia parassitaria, condannata a crollare sotto il peso crescente della sua inutilità -, o vi batterete per la vostra autonomia, getterete le basi per una scuola ed una società nuove, e recupererete, per investirlo nella qualità della vita, il denaro dilapidato ogni giorno nella corruzione ordinaria delle operazioni finanziarie. "Il Sindacato nazionale unificato delle imposte valuta a 230 miliardi di franchi, cioè quasi l'ammontare del deficit del bilancio francese, la frode imputabile ai gruppi di affari come lo dimostra il velo appena sollevato sulle pratiche di corruzione dei grandi gruppi industriali e finanziari."(*)
Il denaro rubato alla vita è messo al servizio del denaro. Tale è la realtà nascosta dall'ombra assurda e minacciosa delle grandi istituzioni economiche: Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico, Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio, Commissione europea, Banca di Francia, eccetera. Il loro sostegno alle fondazioni e ai centri di ricerca universitaria richiede in cambio che sia propagato il vangelo del profitto, facilmente trasfigurato in verità universale dalla venialità della stampa, della radio, della televisione.
Ma per quanto sembri formidabile, la macchina gira a vuoto, si sfascia, lentamente; finirà come nella Colonia penale di Kafka, per scolpire la sua Legge nella carne del suo padrone.
Non si vede forse, col favore di una reazione etica, qualche magistrato coraggioso spezzare l'impunità che garantiva l'arroganza finanziaria? Tassare le grandi fortune (l'1% dei francesi possiede il 25% della ricchezza nazionale e il 10% ne detiene il 55%), tassare gli introiti incassati dagli uomini d'affari, denunciare lo scandalo delle spese di rappresentanza, colpire con pesanti multe i gestori della corruzione, bloccare gli averi della frode internazionale indicando a sufficienza, su una carta leggibile da tutti, gli accessi al tesoro che i cittadini alimentano e di cui sono sistematicamente spogliati. Non è meno vero che la pista si confonderà sotto l'effetto devastante della rassegnazione se il denaro non sarà recuperato per essere investito nel solo campo che sia veramente di interesse generale: la qualità della vita quotidiana e del suo ambiente.
Certo i magistrati integri dispongono dell'apparato della giustizia, e voi non avete niente perché non avete creato niente che possa sostenervi. Eppure voi possedete sulla repressione, per quanto giusta si ritenga, un vantaggio di cui questa non potrà mai avvalersi: la generosità di ciò che è vivo, senza la quale non c'è né creazione né progresso umano.
L'insegnamento si trova nello stato di quegli alloggi non occupati che i proprietari preferiscono abbandonare al degrado perché lo spazio vuoto è redditizio mentre accogliervi degli uomini, delle donne, dei bambini, spogliati del loro diritto all'habitat, non lo è. Come viene accertato da The Economist, "La subordinazione del commercio ai diritti dell'uomo avrebbe un costo superiore ai benefici previsti" (9 Aprile 1994). Tuttavia, requisire un edificio per trovare un riparo alla miseria - voglio dire installarvisi passivamente perché ci si sta al caldo - non sfugge in ultima istanza al piano di distruzione dei beni utili al quale conducono l'inflazione dei settori parassitari e la burocrazia proliferante da lei generata.
Ciò di cui vi impadronirete vi apparterrà veramente soltanto se lo renderete migliore; nel senso stesso in cui vivere significa vivere meglio. Occupate dunque gli edifici scolastici anziché lasciarvi possedere dal loro sfacelo programmato. Abbelliteli secondo il vostro gusto, ché la bellezza incita alla creazione e all'amore, mentre la bruttezza attira l'odio e l'annientamento. Trasformateli in ateliers creativi, in centri di incontro, in parchi dell'intelligenza attraente. Che le scuole siano i frutteti di un gaio sapere, come gli orti che i disoccupati e i più deboli non hanno ancora avuto l'immaginazione di piantare nelle grandi città sfondando il bitume e il cemento.
Gli errori e i tentativi di chi intraprende di creare e di crearsi non sono niente a confronto del privilegio che conferisce una tale decisione: abolire il timore di essere se stessi che segretamente nutre e solletica le forze della repressione.
Noi siamo nati, diceva Shakespeare, per camminare sulla testa dei re. I re e i loro eserciti di boia sono ormai polvere. Imparate a camminare soli e sfiorerete coi piedi quelli che, nel loro mondo che muore, non hanno che l'ambizione di morire con lui.
Sta alle collettività di allievi e professori il compito di strappare la scuola alla glaciazione del profitto e renderla alla semplice generosità dell'umano. Perché bisognerà presto o tardi che la qualità della vita trovi accesso alla sovranità che un'economia ridotta a vendere e a valorizzare il suo fallimento le nega.
Dal momento in cui voi formulerete il progetto di un insegnamento fondato su un patto naturale con la vita, non dovrete più mendicare il denaro di quelli che vi sfruttano e vi disprezzano approfittando di voi. Quel denaro lo esigerete perché saprete come e perché impadronirvene.
Si è al di sotto di ogni speranza di vita finché si resta al di qua delle proprie capacità.
20 febbraio 1995


Nota:
* C. de Brie, "La politica pervertita dai gruppi d'affari", Le Monde Diplomatique, ottobre 1994