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giovedì 2 luglio 2026

Il traffico di armi dai porti non può più essere coperto da segreto

 Dai social della giornalista Linda Maggiori 

VITTORIA (PARZIALE) MA È UN PRIMO PASSO VERSO LA TRASPARENZA! Il traffico di armi dai porti non può più essere coperto da segreto

Ieri, primo luglio il Tar di Bologna ha accolto, sebbene parzialmente, il ricorso presentato dalla giornalista di inchiesta Linda Maggiori e dall’avvocato Andrea Maestri del Foro di Ravenna, contro il diniego opposto dalle Dogane di Ravenna all’accesso generalizzato agli atti. 

La giornalista all'inizio del 2026 aveva chiesto “la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestre (genn-april, maggio-agosto, sett.-dicembre) e divisi per export transito, e se possibile destinazione e provenienza’.

Le Dogane avevano opposto diniego sottolineando che questi dati avrebbero causato un “pregiudizio per l'ordine pubblico e la politica estera” nonché “un danno concreto all'operatività commerciale dei soggetti potenzialmente controinteressati”. Aggiungendo, peraltro, che “l'interesse pubblico non sempre coincide con l’interesse del pubblico” (sottinteso delle testate giornalistiche). Come se un genocidio e il connesso traffico di armi non fosse di sufficiente interesse pubblico, ma solo un interesse mediatico.

Nella sentenza del Tar, che accoglie il ricorso, si legge: 

“il diniego di AdM non è supportato da adeguata e idonea motivazione, in quanto il mero dato numerico e quantitativo di materiale bellico e armamenti partiti dal porto di Ravenna nell’anno 2025 appare neutro e, quindi, irrilevante rispetto agli interessi pubblici richiamati dall’Amministrazione, non costituendo tali dati un “pregiudizio concreto” alla tutela dei suddetti interessi. Nemmeno è chiarito dall’Amministrazione in quali termini le informazioni richieste avrebbero “natura sensibile”, tale da compromettere gli interessi pubblici tutelati dalla disposizione normativa richiamata. Parimenti, proprio in considerazione della neutralità delle informazioni richieste, non risulta pertinente il riferimento al regime di pubblicità connesso all’istituto dell’accesso civico generalizzato. Sotto distinto profilo, non pare condivisibile nemmeno (...) che la divulgazione delle informazioni richieste comporterebbe la rivelazione di dati economici strategici suscettibili di utilizzo da parte di potenziali concorrenti, arrecando un danno concreto all’operatività commerciale dei soggetti potenzialmente controinteressati, atteso che, come detto, si tratta unicamente di generici dati numerici e quantitativi, senza alcun riferimento, ovviamente, ai nominativi dei soggetti interessati al transito (destinatari, spedizionieri, ecc.), per cui il rischio paventato dall’Amministrazione (...) non appare concretamente (ma nemmeno potenzialmente) configurabile. Quanto all’art. 7 del “Regolamento recante la disciplina relativa all’esercizio dell’accesso documentale e dell’accesso civico previsto dal D. Lgs. n. 33/2013, adottato con Determina del Direttore dell’Agenzia dogane e Monopoli prot. 277401 del 15/05/2025”, AdM non spiega in che termini le informazioni e i dati richiesti sarebbero informazioni di natura riservata o fornite in via riservata dalle autorità doganali durante l’effettuazione dei loro compiti (….). Stante la già evidenziata genericità e neutralità dei dati richiesti, sarebbe stato necessario specificare le ragioni della asserita natura “riservata” delle chieste informazioni, restando, diversamente, meramente affermata una riservatezza di cui non è indicata la fonte. Per le esposte ragioni, dunque, il diniego di accesso generalizzato alla richiesta relativa alla “quantità di materiale bellico” è illegittimo e va annullato, con conseguente ordine all’Amministrazione di concedere l’accesso ai dati e alle informazioni richieste”.

La sentenza del Tar però considera legittimo il diniego di svelare “paese di provenienza e/o destinazione” del materiale bellico e degli armamenti transitati per il porto di Ravenna in quanto “può determinare, indubbiamente, una interferenza con la tutela degli interessi pubblici connessi alla sicurezza nazionale e alle relazioni internazionali, come sopra declinati”.

Secondo l’avvocato Andrea Maestri si tratta di “una vittoria, parziale ma straordinaria per l’impatto che ha nella lotta per la trasparenza e nella causa per i diritti umani violati in Palestina anche grazie al transito di armi dal nostro porto. Viene fortemente stigmatizzata la genericità e pretestuosità delle motivazioni utilizzate dalle Dogane per bloccare l’accesso ad informazioni che invece sono un diritto di ogni singolo cittadino e dell’opinione pubblica posto che la stessa legge definisce il diritto di accesso come un corollario del principio democratico”. 


Linda Maggiori sottolinea: “Ora vogliamo tutti i dati, divisi per quadrimestre, compresi quelli del 2026. Questa sentenza è importante non solo per Ravenna, ma anche a livello nazionale perché ci permetterà di avere i dati (troppo spesso nascosti) relative alle armi che passano su tutti i porti. Siamo molto soddisfatti per questa vittoria, rammarica però il velo di opacità rimasto sulle destinazioni delle armi. Però conosciamo i dati statistici e sappiamo che a maggio 2026 sono partiti 1800 container verso i porti di Haifa e Ashdod, 2400 ad aprile e così via gli altri mesi, con una media di 1500-2000 container ogni mese. Israele resta sempre in cima a tutte le destinazioni delle navi che partono dal porto di Ravenna”. 

Il Coordinamento contro le armi di Ravenna sottolinea: “Un risultato straordinario e importantissimo per tutti noi, per la democrazia e per chi si oppone al traffico di armi dal nostro porto e non solo. Il margine di manovra per celare la verità è sempre più ristretto. Continueremo a vigilare, a chiedere trasparenza e invitiamo il sindaco a fare altrettanto e le istituzioni a collaborare, dando piena attuazione all’Osservatorio sul porto di Ravenna, che finora è stato portato avanti solo da noi cittadini e totalmente ignorato dalle istituzioni”.





domenica 28 maggio 2023

Lombardia contro la guerra e le armi. Per la pace 27.5.2023

 Grandi cortei in Lombardia nel pomeriggio di sabato 27. A Milano e a Busto Arsizio (il comune più grande della provincia di Varese).

Foto e video da Busto Arsizio 

In fondo articolo, anche tratti di un film dedicato a Don Lorenzo Milani, prete, priore, pedagista e obiettore di coscienza contro la guerra e le armi. 


























Un omaggio a don Milani, a un secolo dalla nascita 



giovedì 28 aprile 2022

UCRAINA - Il GOVERNO INFORMI IL PARLAMENTO SU INVIO ARMI E SU INIZIATIVE DIPLOMATICHE PER LA TRATTATIVA

 Di Loredana De Petris (senatrice LEU) 

E' necessario e urgente che il Parlamento sia messo al corrente di quali armi l'Italia sta fornendo all'Ucraina e che il governo riferisca su quali iniziative diplomatiche il nostro Paese intende sostenere o sta sostenendo  per cercare una soluzione negoziale del conflitto in Ucraina. Le Camere non ricevono informazioni sul ruolo che l'Italia sta svolgendo in questa guerra e sulle armi che spedisce o si prepara a spedire in Ucraina dai primi giorni dell'invasione. Ciò è tanto più grave in quanto la situazione si è da allora sensibilmente modificata e non sono più altrettanto chiari gli obiettivi reali degli aiuti militari.

Abbiamo tutti sempre detto che gli aiuti militari e le sanzioni devono avere per unico scopo il costringere la Russia ad accettare la trattativa. Ma di trattativa oggi non si parla più. E' invece evidente che sta proprio all'Europa adoperarsi non solo per un negoziato che porti il prima possibile al cessate il fuoco ma anche per l'organizzazione di una conferenza internazionale sul modello di quella di Helsinki, con l'obiettivo di disegnare equilibri e assetti stabili nel Continente. 

Il ruolo dell'Italia e dell'Europa non può limitarsi a fornire armi sempre più potenti all'Ucraina senza costruire contestualmente un percorso che possa portare alla pace.

venerdì 2 aprile 2021

IL RECOVERY PLAN ARMATO del Governo Draghi: FONDI UE ALL'INDUSTRIA MILITARE

 Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata alle armi ... (lavate e dipinte di verde...)

Decisione che la Rete italiana Pace e Disarmo ritiene inaccettabile: non solo contraddice le finalità del Piano europeo per la ripresa, ma accantonando le proposte delle organizzazioni della società civile (e del mondo del lavoro) considera il settore militare, già ampiamente finanziato, come fattore di ripresa per il Paese.

Sorpresa nell’uovo di Pasqua: una parte dei fondi del Recovery Plan verrebbe destinata per rinnovare la capacità e i sistemi d‘arma a disposizione dello strumento militare. Un tentativo di greenwashing, di lavaggio verde, dell’industria delle armi che la Rete Italiana Pace e Disarmo stigmatizza e rigetta.

Ad aprire a questa possibilità è stato il Parlamento, a quanto risulta dalle Relazioni definite e votate in questi giorni dalle Commissioni competenti. Nel testo licenziato dalla Camera si raccomanda di “incrementare, considerata la centralità del quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi di specifico interesse volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in favore degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica, contribuendo al necessario sostegno dello strategico settore industriale e al mantenimento di adeguati livelli occupazionali nel comparto”.

Per il Senato “occorre, inoltre, promuovere una visione organica del settore della Difesa, in grado di dialogare con la filiera industriale coinvolta, in un’ottica di collaborazione con le realtà industriali nazionali, think tank e centri di ricerca”. Viene inoltre ipotizzata la realizzazione di cosiddetti "distretti militari intelligenti" per attrarre interessi e investimenti.

Diversamente dalle bozze implementate dal precedente Governo, in cui l’ambito militare veniva coinvolto nel PNRR solo per aspetti secondari come l’efficienza energetica degli immobili della Difesa e il rafforzamento della sanità militare, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) potrebbe quindi destinare all’acquisizione di nuove armi. i fondi europei per la rinascita dell’Italia dopo la pandemia. Un comparto che, è bene ricordarlo, già riceverà almeno il 18% (quasi 27 miliardi di euro) dei Fondi pluriennali di investimento attivi dal 2017 al 2034.

Le indicazioni inviate al Governo derivano da dibattiti nelle Commissioni Difesa della Camera e del Senato che hanno approvato all’unanimità i pareri consultivi relativi. Ciò evidenzia un sostegno trasversale all’ipotesi di destinare i fondi del PNRR anche al rafforzamento dello strumento militare. Addirittura alla Camera i Commissari hanno concentrato il loro dibattito sulla “opportunità” di accrescere ulteriormente i fondi a favore della spesa militare fornita dal Piano. Da notare come il rappresentante del Governo abbia sottolineato come i pareri votati “corrispondano alla visione organica del PNRR” dello stesso esecutivo Draghi, che dunque ritiene che la ripresa del nostro Paese  realizzare anche favorendo la corsa agli armamenti.

Anche se green le bombe sono sempre strumenti di morte, non portano sviluppo, non producono utili, non garantiscono futuro. La Rete italiana Pace e disarmo denuncia la manovra dell’industria bellica per mettere le mani sui una parte dei fondi europei destinati alla Next Generation.

Inascoltate le associazioni pacifiste, spazio solo ai produttori di armi.

Nel corso della discussione di queste settimane sono stati auditi rappresentanti dell’industria militare (AIAD, Anpam, Leonardo spa) mentre non sono state prese in considerazione le “12 Proposte di pace e disarmo per il PNRR” elaborate dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e inviate a tutte le Commissioni competenti. Per tale motivo chiediamo ora al Governo che le proposte della società civile fondate sulla costruzione della convivenza e della difesa civile nonviolenta (con un impegno esteso alla difesa dell’occupazione in un’economia disarmata e sostenibile) siano ascoltate, valutate e rese parte integrante del nuovo PNRR che l’esecutivo dovrà elaborare, spostando dunque i fondi dalla difesa militare.

La produzione e il commercio delle armi impattano enormemente sull’ambiente. Le guerre (oltre alle incalcolabili perdite umane) lasciano distruzioni ambientali che durano nel tempo. Ne consegue che la lotta al cambiamento climatico può avvenire solo rompendo la filiera bellica e che il lavoro per la pace è anche un contributo al futuro ecologico. 

Occorre quindi una nuova politica estera italiana ed europea che abbia come obiettivo la costruzione di una comunità globale con un futuro condiviso, riprendendo il progetto delle Nazioni Unite volto “a salvare le future generazioni dal flagello della guerra” e di collaborazione tra i popoli come elemento dominante delle relazioni internazionali.

La nonviolenza politica è lo strumento e il fine che bisogna assumere. Per questo è prioritario orientare il rilancio del nostro Paese ai principi ed ai valori della pace: il Piano deve essere l’occasione per investire fondi in processi di sviluppo civile e non sulle armi. “Non c’è un mondo di ieri a cui tornare, ma un mondo di domani da far nascere rapidamente”: così è scritto nell’introduzione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La Rete Italiana Pace e Disarmo vuole davvero che Il mondo di domani, per garantire un futuro alle nuove generazioni, sia basato su uno sviluppo civile e non militare.

Il Mahatma Gandhi indicava l’unica strada possibile “o l’umanità distruggerà gli armamenti, o gli armamenti distruggeranno l’umanità”. Non possiamo tollerare che nemmeno un euro dei fondi destinati al futuro ecologico venga invece impiegato per mettere una maschera verde al volto di morte delle fabbriche d’armi. L’umanità ha bisogno di pace e di un futuro amico.

Rete italiana Pace e Disarmo

venerdì 22 gennaio 2021

NUCLEARE. VERDI : ITALIA FIRMI RAPIDAMENTE IL TRATTATO SUL NO

Riceviamo e pubblichiamo 

Roma, 22 gen. - "In questo giorno storico per il mondo, in cui entra in vigore il TRATTATO internazionale che dice NO alle armi nucleari, manca ancora la firma dell'Italia, dopo che,nel 2017, l'allora capo politico del M5S aveva sottoscritto il Parliamentary Pledge dell'Ican impegnandosi a 'promuovere la firma e la ratifica di questo TRATTATO di rilevanza storica' da parte dell'Italia". Questo il commento di Elena Grandi e Matteo Badiali, co-portavoce nazionali dei Verdi ed esponenti di Europa Verde, nel giorno dell'entrata in vigore del TRATTATO ONU sulla proibizione delle armi nucleari. "La Farnesina riesce solo a mandare una nota parlando di 'esigenze di sicurezza nazionale e stabilita' internazionale', ma sia chiaro che- proseguono gli ecologisti- per noi, solo un mondo libero dalla minaccia dell'Atomica potra' garantire ai cittadini la stabilita' e la pace. Vogliamo ricordare, che l'articolo 11 della nostra Costituzione disconosce la guerra come mezzo di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, intendendo per 'guerra' anche tutti quegli strumenti che potrebbero cancellare la specie umana dalla faccia della Terra. Il Nuclear Ban- concludono Grandi e Badiali- e' un traguardo storico e ci auguriamo che, al piu' presto, anche l'Italia possa raggiungerlo, seguendo l'esempio di numerosi altri Paesi europei, le indicazioni del Presidente Mattarella e finanche di Papa Francesco". 

martedì 3 ottobre 2017

Voglio armarmi. La strage di Las Vegas si è conquistata un poco edificante primato.

È infatti al primo posto in quanto a numero di morti nella storia di una nazione, quella americana, storicamente falcidiata da eventi di questo tipo. L'Isis - che se ci scappa il morto rivendica anche i fuochi d'artificio della festa del paese - pare ne abbia reclamato la paternità e a qualcuno avrebbe pure fatto comodo, ma il copione di morte, laggiù, Califfato sì o Califano no è sempre lo stesso. Il consolidato leitmotiv prevede infatti che uno squilibrato - bianco, preferibilmente un reduce di qualche sporca esportazione di democrazia, prodotto e fagocitato dalla società del consumo - con la facilità con la quale altrove si acquistano caramelle mette in piedi un arsenale casalingo rigorosamente registrato e al primo segnale di disagio - un dito chiuso in un cassetto, per esempio - scatena una pioggia di fuoco su una folla scelta a caso. Prima di farla finita.
Di Stephen Paddock, il killer di La Vegas, si dice fosse una persona normalissima, insospettabile. 
Si dice sempre così, poi. Del resto chi in casa non si tiene 18 armi tra fucili automatici e pistole. Più in generale, dati alla mano, negli Usa quasi 9 persone su 10 possiedono un'arma e ogni milione di abitanti più di 30 muoiono a causa di un proiettile. Dire che la società che idolatra John Wayne abbia un problema credo sia pertanto superfluo. La certezza, che poi è una banalità, è che limitare le armi equivalga a ridurre le vittime. 
La difficoltà nel reperire un fucile forse non risolverà un problema intanto culturale ma è pur sempre un valido deterrente. 
In Giappone, tanto per dirne una, l'aver reso praticamente impossibile il possesso di un'arma da fuoco ha ridotto un fenomeno che era scappato di mano fino a renderlo oggi assai marginale. Guarda un po'.
Gli yankee tuttavia non cambieranno mai. Al netto degli imbarazzanti retaggi culturali da vecchio west, quello delle armi è un affare enorme e in perenne espansione. Si parla di qualcosa come 10 miliardi di dollari l'anno, irrinunciabile. 
Tanto lo sdegno per l'ennesima strage di innocenti dura giusto il tempo di ricaricare il fucile. Per tutto il resto c'è sempre L'NRA.
dal nostro inviato nello spazio web  "Fulmine a ciel sereno"


mercoledì 1 marzo 2017

POLITICA Verdi: Trump deve capire che on sta giocando a risiko

dalla Federazione dei Verdi
“Desta preoccupazione e sgomento la decisione di Trump di aumentare le spese militari investendo 54 miliardi di dollari, sottraendoli innanzitutto allo sviluppo delle politiche ambientali e, inoltre, all’investimento sui ministeri e agli aiuti ai Paesi esteri" – dichiarano i coordinatori dell'Esecutivo dei Verdi Angelo Bonelli e Fiorella Zabatta" che proseguono:

"Con 54 miliardi si può dare cibo, acqua, ospedali e istruzione per i prossimi anni ai popoli poveri del mondo. Il mondo ha impiegato decenni prima di riuscire a sviluppare una piena coscienza di salvaguardia ambientale, e la strada è ancora lunga: la notizia che la più grande potenza mondiale abbia deciso una così repentina e drastica inversione di marcia è un dato allarmante per i cittadini di ogni angolo del globo. È assurdo che mentre sempre più Paesi si sono convertiti alla tutela dell’ambiente come patrimonio dell’umanità ed hanno compreso da tempo che la green economy è una delle migliori forme di sviluppo e di occupazione si debba assistere al drastico taglio  delle risorse per la difesa e lo sviluppo dell’ambiente e a favore di investimenti  in spese militari."