lunedì 4 settembre 2017

Pericolo calcistizzazione incombente

Il tennis, vivaddio, non è il calcio. Ciò detto con tutto lo snobismo del caso e senza remora alcuna. 
La sostanziale differenza, perché mediamente esiste un noi e pure un loro, è il nostro orgoglio. 
Chi si loda, spesso, si imbroda - recita l'adagio - un peccatuccio veniale nello specifico, quando una superiore cultura sportiva, trasversale ad addetti ai lavori e semplici aficionados, si palesa con nitidezza pressoché digitale. Dici calcio e dici omicidio e vittima è sempre lo sport, il cui consolidato leitmotiv incorpora tifosi beceri che idolatrano protagonisti da non imitare. 
E purtroppo non si tratta di fare di tutta un'erba un fascio, è facile far di conto. Una disciplina, ancora il calcio, che alle nostre latitudini ha saputo sdoganare, al punto da farlo passare sottatraccia, il peggio dell'animo umano. 


Uomo che la domenica si riscopre adepto di un campanilismo che giustifica l'insulto come arte comunicativa, atleta che se vince è per meriti propri e se perde è perché l'arbitro, nella migliore delle ipotesi, è un bastardo corrotto. Allenatori e dirigenti mandati a fanculo in mondovisione da imberbi arricchiti atteggiati a star di Hollywood, sputi sugli avversari, simulazioni, livore profuso alla rinfusa. Un carrozzone fagocitante dove nulla è mai eccessivo, cachet incluso, nel quale, valori sportivi a parte, tutto è sempre auspicabile purché se ne parli. Nel bene (poco) e nel male (spesso), parafrasando quel Wilde per l'occasione quanto mai azzeccato.
In virtù di ciò, e ahimè molto altro ancora, il nostro tennista di punta si meriterebbe una punizione esemplare per i noti fatti di New York. Alto tradimento il reato, nei confronti del mondo che gentilmente lo ospita e lo nutre e che potrebbe tranquillamente fare a meno di quelli come lui. Della sua irripetibile volgarità, del suo pessimo esempio per chi verrà in futuro e, perché no, anche del suo talento realmente sopraffino. Così luminescente e così inutile di fronte alla violenza verbale riservata a una donna, prima, e un'istituzione, poi.
Non si tratta qui di fare i moralisti da quattro spicci, come peraltro ha avuto modo di asserire il diretto interessato dimostrando di non aver imparato la lezione. Perché minimizzare un "puttana" è sempre esercizio pericoloso, legittimare anche inconsciamente un aborto verbale lo è altrettanto. Fossimo anche tutti dei piccoli-grandi John McEnroe.
Lo sport predica rispetto, il rispetto è parte integrante dello sport. Quanto un diritto vincente o un calcio di rigore. Il tennis può vantare una (quasi) totale adesione al dogma di cui sopra, per cui non deve mai essere un problema estirpare sul nascere le sparute eccezioni, in una irrinunciabile ragion di Stato che non conosca deroghe. Per tutto il resto, più che la nota carta di credito, c'è sempre il calcio. E allora autoghettizziamoci nell'universo dei gesti bianchi prima che sia troppo tardi.

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