martedì 20 ottobre 2026

Sui fatti di Milano del 18/10. Giovani democratici

 Dalle pagine social dei giovani democratici

Sui fatti di Milano del 18/10

A dodici anni dovresti pensare a cosa fare da grande, non scoprire così presto quanto può essere pericoloso pensare di non avere niente da perdere.

Quello che è successo a Milano domenica scorsa ci lascia sgomenti e angosciati, se vogliamo davvero capire cosa sta succedendo nella nostra città, non possiamo fermarci alle vetrine rotte.

Il Governo, invece, sembra avere una sola risposta: più repressione, nuove pene, nuovi reati. È la strada più facile, quella che permette di mostrarsi inflessibili senza affrontare nessuno dei problemi reali. Perché mentre si invocano ordine e disciplina, ci sono periferie lasciate sole, spazi di aggregazione che mancano, scuole fatiscenti, servizi sociali sotto pressione, giovani a cui la politica non riesce più a offrire una prospettiva e un futuro che sembra sempre meno un’opzione.


Non permetteremo a nessuno di imporci di scegliere fra il prendere le distanze dalle devastazioni di domenica e il tentare di comprendere una rabbia sociale e generazionale che esiste.


C’è una domanda che dobbiamo avere il coraggio di porci: perché tanti giovanissimi arrivano a esprimere la propria rabbia così? Ignorare il significato sociale di questi gesti è irresponsabile. Che cosa non abbiamo visto? Di cosa non abbiamo avuto il coraggio di parlare?


Tutto questo ci obbliga a chiederci dove fossero la politica, le istituzioni e le scuole prima che tutto questo accadesse. Non possiamo accettare che sia più facile pensare che un bambino di 12 anni agisca in piena consapevolezza e non possiamo pensare che davanti a una generazione si reagisca a colpi di decreti sicurezza.

Per questo non vogliamo limitarci a commentare quello che è successo.

Siamo davanti a un cambiamento eccezionale e chi oggi si dichiara sorpreso sta scegliendo di non vedere ciò che da anni cresce sotto i nostri occhi. 

Siamo affranti e preoccupati, ma proprio per questo crediamo che la responsabilità della politica fosse di prevenire tutto questo, non di aspettare che esplodesse per poi invocare la repressione. La nostra responsabilità oggi ci impone di chiederci: cosa possiamo fare ora?

Dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione la gestione dell’ordine pubblico. Non possiamo accettare che all’incapacità di prevenire le devastazioni si risponda con un uso indiscriminato e sproporzionato della forza.

Una gestione della sicurezza che arriva troppo tardi e poi interviene con violenza è una gestione che ha già fallito due volte. Non servono schieramenti imponenti di mezzi blindati e reparti antisommossa che finiscono per trasformare le strade in luoghi di scontro. Servono presidi territoriali, piccoli nuclei di intervento preparati, capaci di agire tempestivamente e fermare sul nascere situazioni di pericolo. Servono agenti formati alla de-escalation, al contenimento e a tecniche di immobilizzazione che riducano al minimo il rischio di lesioni. La sicurezza si misura con la capacità di proteggere tutti, prevenire i danni e garantire che ogni intervento rispetti la dignità e l'incolumità delle persone. E quando la forza diventa abuso, non è più sicurezza: è un altro fallimento dello Stato.

In questi quattro anni il Governo ha lasciato soli i Sindaci a gestire città e territori sempre più complessi, per poi scaricare le responsabilità sui cosiddetti «amministratori di sinistra». Una narrazione comoda e inaccettabile, soprattutto da parte di un Ministro dell’Interno come Piantedosi, che ha fatto della promessa di sicurezza la propria bandiera politica, non si può pretendere che i Comuni affrontino da soli problemi che richiedono risorse, prevenzione e una strategia nazionale.

Non ci deve sfuggire, poi, che la nostra generazione vive in una società che ci racconta che valiamo per quello che indossiamo, compriamo ed esibiamo. E se il riconoscimento sociale passa dal consumo, l’esclusione diventa frustrazione, fino a esplodere in violenza. La povertà non è soltanto non avere abbastanza soldi. È anche avere meno possibilità, meno strumenti e meno occasioni per scegliere chi diventare.

Noi, però, non vogliamo fermarci alla denuncia. Vogliamo esserci.

Ci saremo per chi domenica ha avuto paura, per chi ne avrà nei prossimi giorni e per chi oggi sente il bisogno di ritrovare una comunità con cui capire quello che è successo e ricostruire.

Ci saremo anche per quei nostri coetanei che hanno trasformato la propria frustrazione in distruzione, ma che vogliono essere ascoltati e trovare un modo diverso per cambiare le cose. Ascoltare non significa giustificare: significa assumersi la responsabilità di non lasciare nessuno solo davanti alla propria rabbia.

Nei prossimi giorni saremo nei quartieri, incontreremo educatori, associazioni, comitati e soprattutto i ragazzi e le ragazze che vivono queste realtà ogni giorno, per costruire insieme a chi conosce davvero questi territori un percorso, e uscirne insieme.

Domenica 25 ottobre ci vediamo in una grande assemblea pubblica. Vogliamo aprire uno spazio di confronto, mettere insieme esperienze e competenze, ascoltare chi ha paura e chi si sente abbandonato, per iniziare a costruire una risposta a quello che stiamo vivendo. Una risposta che sia organizzazione, collettività e comunità.

Perché sta cambiando un'intera generazione e non possiamo limitarci a guardarla dalla finestra. Dobbiamo esserci e ci saremo, coi nostri corpi, insieme.

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