lunedì 27 aprile 2026

Lettera aperta ai cittadini e alla città di Milano, dai 24 cittadini costituiti parte civile per grattacielopoli

 I 24 cittadini che sono stati ammessi dal GUP al processo di piazza Aspromonte al posto del Comune inerte scrivono una lettera aperta a Sala e ai Milanesi, commentando la delibera di Giunta del 23/4. La lettera è stata inviata anche al sindaco e alla Giunta.

Lettera aperta ai cittadini e alla città di Milano

Piazza Aspromonte, 25 aprile 2026

Al Sindaco e alla Giunta, ma soprattutto a chi Milano la vive, la attraversa, la paga, la immagina. Il 25 aprile non è una data ornamentale. È una linea di confine. Da una parte l’obbedienza cieca, dall’altra la responsabilità consapevole. Da una parte il potere che si autoassolve, dall’altra la cittadinanza che si assume il peso del bene comune. Ecco perché quanto accade intorno al caso di piazza Aspromonte non è una questione tecnica, né un cavillo da addetti ai lavori. È una crepa. E dentro quella crepa si vede chiaramente il rapporto oggi distorto tra istituzioni e cittadini.

Il Comune di Milano sceglie di partecipare al procedimento penale come “persona offesa”, ma rifiuta di costituirsi parte civile. Una posizione che, al netto del linguaggio burocratico, suona così: osservo, ma non agisco; assisto, ma non mi espongo; mi riservo, eventualmente, di intervenire dopo. Al più, nell’attesa, deposito memorie a sostegno degli imputati. Nel frattempo, cittadini organizzati si fanno carico di ciò che l’Ente decide di non fare: difendere l’interesse collettivo dentro un’aula di giustizia. E qui sta il punto politico, prima ancora che giuridico. Perché quando i cittadini suppliscono all’inerzia dell’amministrazione, non stanno facendo un gesto simbolico: stanno esercitando sovranità. Stanno ricordando che il Comune non è un soggetto astratto, ma una funzione. Una delega. Un mandato. E un mandato, in una democrazia costituzionale, non è eterno né incondizionato. L’articolo 54 della Costituzione parla chiaro: chi esercita funzioni pubbliche deve farlo con disciplina e onore. Non è retorica da cerimonia. È un vincolo operativo. Significa assumersi responsabilità anche quando è scomodo. Significa difendere l’interesse pubblico senza ambiguità, senza posizionamenti opachi, senza cortocircuiti tra forma e sostanza.

Qui, invece, la sostanza è sfuggente. Il Comune contesta implicitamente l’impianto dell’azione penale, si oppone all’azione popolare, ipotizza perfino una questione di legittimità costituzionale contro uno degli strumenti che permettono ai cittadini di intervenire quando l’Ente si sottrae. Tradotto: non solo non agisco, ma metto in discussione il tuo diritto di agire al posto mio. È una scelta legittima? Forse sì. È una scelta giusta? Qui si apre il campo del giudizio politico, ed è impossibile far finta che non esista. Perché Milano non è solo un mercato immobiliare evoluto, né un laboratorio permanente di valorizzazione urbana. È un organismo fragile, stratificato, storico. Un equilibrio tra interesse pubblico e iniziativa privata che la Costituzione, negli articoli 9, 41 e 42, definisce con precisione: l’iniziativa economica è libera, sì, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. La proprietà è riconosciuta, ma deve avere una funzione sociale. L’ambiente deve essere tutelato anche nell’interesse delle future generazioni. Non sono dettagli. Sono il perimetro. E quando questo perimetro si sfuma, quando le deroghe diventano sistema, quando il linguaggio amministrativo si fa opaco proprio nei passaggi decisivi, allora il problema non è più il singolo edificio. È il modello.

Milano oggi rischia di diventare un precedente. E allora la domanda, semplice è questa: da che parte sta l’Amministrazione quando il conflitto è tra interesse collettivo e operazioni borderline? Non nelle dichiarazioni. Nei fatti. I cittadini, in questa vicenda, hanno già dato una risposta. Si sono esposti, si sono costituiti, hanno accettato il rischio, il costo e la fatica di stare dentro un processo. Non per un tornaconto, ma per un principio: che il bene comune non sia negoziabile a porte chiuse.

Questa lettera non chiede consenso. Chiede chiarezza. Chiede che il Comune scelga una linea leggibile, politicamente assumibile, rispettosa dei principi costituzionali e democratici. Chiede che si riconosca il valore e non la fastidiosa interferenza dell’azione civica. Chiede, in fondo, una cosa antica: che la politica torni a essere servizio.

Il 25 aprile serve a questo. A ricordare che le istituzioni esistono perché qualcuno, prima di noi, ha deciso che il potere doveva avere un limite. Oggi quel limite non si difende con le celebrazioni. Si difende nelle delibere, nelle aule di tribunale, nelle scelte tecniche e politiche che determinano la qualità della vita collettiva. Milano non è di chi la amministra. Milano è di chi la abita, la difende, la immagina ancora possibile. E, quando serve, la contesta, senza stare in silenzio.


Firmato dai 24 cittadini

rappresentati dall’avvocato Veronica Dini

Milano, 25 aprile 2026

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