Scrive Marco Boato
LUIGI MANCONI in memoria di LAURA BALBO.
Fu nel 1998 Luigi Manconi, all'epoca presidente dei Verdi, a proporre al Presidente del Consiglio Massimo D'Alema la nomina, "in quota Verdi", di Laura Balbo a Ministra per le pari opportunità.
Quando venne nominata ministra, nel 1998, Laura Balbo portò nelle stanze del dipartimento per le Pari Opportunità alcuni patchwork, importati rocambolescamente dagli Stati Uniti, dove visse e studiò tra il 1958 e la seconda metà degli anni Sessanta.
Si trattava di arazzi di grandi dimensioni realizzati con la tecnica del patchwork, cucendo insieme pezzi di vari colori e varie forme, così da formare un unico tessuto variopinto.
Balbo aveva scoperto questi manufatti in California e se ne era innamorata per la loro qualità artistica e per tutto ciò che ricostruendone la storia e il modo di produzione suscitavano in lei.
E, in effetti, quel metodo di cucito a mano ha costituito, per la sociologa, l’ossatura di un paradigma interpretativo e di uno schema scientifico di analisi della società e, in particolare, del ruolo del genere e della cooperazione femminile (secondo le sue parole: «Una metafora inconsueta che evoca i modi di lavorare e di vivere delle donne nella quotidianità»).
Ed è allora, già alla fine degli anni Sessanta, che le intuizioni originali e pionieristiche di Laura Balbo contribuiscono allo sviluppo dei gender studies. E prendono le mosse da qui le categorie destinate a diventare fondamentali nella ricerca sociologica e nella maturazione della coscienza collettiva del movimento delle donne.
Il femminismo di Balbo non nasce come militanza, ma si forma via via all’interno della pratica sociologica. In altre parole, è partendo dall’analisi scientifica della struttura sociale che vengono rintracciate le origini dei meccanismi di esclusione e discriminazione di genere, attraverso l’indagine sull’organizzazione e la distribuzione dei ruoli, del lavoro e del tempo.
Da allora la categoria di tempo, troppo trascurata dalle scienze sociali, diventa un criterio essenziale degli studi di genere, proprio mentre il femminismo creava quello che è forse il suo slogan più seducente: «I tempi delle donne sono i tempi che le donne si danno».
Emerge una lettura radicalmente innovativa del lavoro domestico, che in una politica delle donne e per le donne si manifesta come espressione di un processo di valorizzazione di ruolo e di acquisizione di autonomia. Una acquisizione piena di ambiguità e di limiti e, tuttavia, ricca di potenzialità.
La condizione della donna adulta è connotata da una «doppia presenza», nella riproduzione e nella produzione, nel lavoro della famiglia e in quello extra-domestico. Le tensioni e le fatiche proprie di queste due dimensioni sono la materia approfondita da Balbo e dalle sue colleghe, come Marina Bianchi, Chiara Saraceno, Simonetta Piccone Stella e altre ancora.
D’altra parte, c’era, in Laura Balbo, un tratto di personalità che mi ha sempre colpito. Mi disse una volta di lei il grande sociologo Alessandro Pizzorno: «È la studiosa che parla più semplice che abbia mai conosciuto». Si trattava, certamente, di una modalità particolarmente felice di espressione e di comunicazione che ne rivelava bene il carattere, ma anche la vocazione “pedagogica”. Balbo era pragmatica, empirista e anti-retorica.
Gli studi sulle migrazioni e sui rapporti inter-etnici esprimono questa sua concezione realistica priva di ogni utopismo consolatorio e tutta concentrata sulla concretezza di politiche razionali e intelligenti. Un lavoro alla patchwork, appunto.
Il mio ricordo di Laura Balbo è uscito ieri su la Repubblica, lo potete leggere per intero nei commenti qui sotto e nel mio canale Telegram DomoMea.
Nessun commento:
Posta un commento