Milano. Lato b viale Pasubio venerdì 13 marzo 2026
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da Euronews
L'eurodeputata di Alleanza Verdi-Sinistra Ilaria Salis è entrata per la prima volta al Parlamento europeo di Bruxelles, annunciando ai giornalisti gli obiettivi del suo mandato
Davanti a microfoni e telecamere, Salis è apparsa visibilmente emozionata. La sua prima conferenza stampa da eurodeputata è stata organizzata insieme al segretario nazionale di Sinistra italiana Nicola Fratoianni e all'altro deputato di Avs che siederà nel gruppo della Sinistra al Parlamento europeo, Mimmo Lucano: gli altri quattro eurodeputati eletti nella lista, invece, sono entrati nel gruppo Verdi/Alleanza libera per l'Europa.
"Spero che il valore della solidarietà possa essere una guida per la costruzione dell'Europa che vogliamo"
"Ho intenzione di impegnarmi per dare voce a chi vive sulla propria pelle le questioni sociali", le prime parole dell'eurodeputata. "Mi impegnerò a favore dei detenuti, a favore della questione dell'immigrazione che è una responsabilità storica da assumere con con serietà, alla condizione giovanile: un ambito trasversale che va dal precariato all'istruzione".
Salis non si sbilancia sul voto di approvazione del presidente della Commissione europea, che potrebbe tenersi già nella prima sessione plenaria del Parlamento a metà luglio. "Stiamo ancora valutando, cercando di reperire tutte le informazioni per avere poi un'opinione con cognizione di causa", ha detto a proposito della possibile conferma di Ursula von der Leyen.
𝗣𝗮𝗿𝗹𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗲 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗶, 𝗼𝗰𝗰𝘂𝗽𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮.
Dai social dell' Eurodeputata Ilaria Salis
Come promesso, veniamo alla situazione milanese e lasciamo parlare subito alcuni dati, che sono di per sé sufficientemente eloquenti.
A Milano le case popolari sfitte sono più di 12mila, di cui oltre 5mila appartengono a ERP (gestite da MM) e più di 7mila ad ALER - in tutta la Città Metropolitana arrivano a quota 15mila.
Gli alloggi non allocati di ERP rappresentano il 19,5% delle circa 27mila case popolari gestite dall’ente comunale, mentre quelli di ALER il 21,7% delle 32.022 in capo all’ente regionale (dati Confedilizia, sett. 2023).
Dunque, un quinto (!) delle case popolari non è assegnato.
Eppure non sono affatto poche le persone che hanno bisogno di una casa popolare, in Italia ci sono quasi un milione di persone che non riescono a pagare l'affitto. Per quanto riguarda Milano, dalla somma delle graduatorie di ALER e ERP risulta che a fine 2023 erano in lista d’attesa oltre 10mila famiglie (Sole 24 ore, giugno 2024).
Di queste, sono in tante ad attendere a lungo – spesso invano – l’assegnazione, che potrebbe non arrivare mai pur soddisfacendo tutti i requisiti. Nell'ultimo triennio, di fronte a 5.894 assegnazioni di alloggi permanenti previste dalle due aziende, le abitazioni effettivamente assegnate sono state meno della metà, ovvero 2.818. (dati SICET, aprile 2024)
Davvero è tutta colpa degli occupanti?
Innanzitutto, si sappia che le case occupate – circa tremila (dati Confedilizia, sett. 2023) – rappresentano solo una piccola parte delle case sfitte, un numero di gran lunga inferiore a quello di abitazioni lasciate vuote. L'abbandono è letteralmente ovunque. Tutti abbiamo gli occhi per vedere, ma non tutti hanno l’onestà intellettuale di ammettere questa verità, triste e scomoda per chi è incaricato di gestire l'edilizia pubblica.
Quando viene occupata una casa non assegnata, che generalmente si trova in condizioni fatiscenti ed è abbandonata da anni, l’accusa di sottrarre il posto ad una persona in lista d’attesa semplicemente non regge. Chi entra in una casa disabitata prende senza togliere a nessuno, se non al degrado, al racket o ai palazzinari. Affermare il contrario, è bassa retorica politica volta a mettere gli uni contro gli altri, affinché nulla cambi.
Qualsiasi abitante di un quartiere popolare di Milano sa benissimo che a seguito di uno sgombero non avviene mai una riassegnazione. Le case vengono chiuse, murate e lamierate, alle volte sono anche distrutte dagli addetti agli sgomberi. Di regola, fanno il deserto e lo chiamano legalità.
Dunque, incolpare gli occupanti per il dissesto dell'edilizia popolare pubblica sottolinea o la malafede di chi ben conosce il vuoto pneumatico delle politiche sull'abitare, l’incompetenza degli enti gestori e la speculazione sul mattone, o l'ignoranza abissale di chi non ha mai messo i piedi fuori dalla circonvallazione.
Delle due, francamente non so quale sia peggio.
Vivere in una casa occupata non è una svolta, non è qualcosa da "furbetti".
E' logorante. Ti fa vivere quotidianamente nella paura che ti vengano a svegliare e ti buttino fuori di casa, o di ritrovare tutte le tue cose sul marciapiede al ritorno dal lavoro, sempre che le ritrovi. Occupare vuol dire entrare in una casa abbandonata, murata, coi sanitari rotti e i buchi nelle pareti, lasciata al degrado anziché essere assegnata. Essere occupante vuol dire abitare questo spazio precario e faticosamente trasformarlo in un luogo che si possa chiamare casa, cercando di sistemarlo coi pochi mezzi a disposizione che si hanno.
Con l'introduzione dell' art.5 del decreto Lupi (2014), un occupante non può più avere né l'allaccio alle utenze (acqua, luce, gas), né la residenza e i diritti ad essa legati - ad es. il medico di base, l'accesso a un nido pubblico vicino a casa per i bimbi, l'iscrizione ai centri per l'impiego. Inoltre, alle persone non italiane viene così impedito di maturare i requisiti per ottenere la cittadinanza e anche il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno è ostacolato.
Essere occupante è uno stigma sociale, vuol dire essere trattati come criminali per aver cercato di vivere in modo dignitoso. Mettetevelo in testa, nessun occupante vuole essere occupante.
In questo contesto di strutturale emergenza abitativa, i movimenti di lotta per la casa agiscono per aiutare il prossimo, con costanza e dedizione, senza scopo di lucro, perché il valore che li anima e guida è la solidarietà.
Aiutano individui e famiglie in stato di forte bisogno e recuperano luoghi abbandonati da anni, ristrutturandoli e rivalorizzandoli.
Promuovono la diffusione di una cultura della partecipazione, del rispetto e del mutuo aiuto.
Sono in prima linea a scontrarsi con il racket che specula sulla povertà, così come a prendersi le denunce quando si tratta di difendersi dalla violenza degli sgomberi.
Non mi stancherò mai di dirlo: tali movimenti rappresentano un baluardo di resistenza contro la barbarie della nostra società, ed è da qui che dobbiamo ripartire.
"Però occupare è illegale..."
Il concetto di legalità, nella sua versione più rozza e strumentale, diventa spesso il buco nero dove collassano i discorsi pubblici sulle grandi questioni sociali che riguardano le classi popolari e i giovani, come l’emergenza casa. D’altro canto, si sente parlare molto poco di legittimità.
La legittimità riguarda la giustificazione etica, morale e politica dell'azione. Come ci insegna la Storia, non sempre le azioni legittime sono necessariamente anche legali in quel dato momento – ma in una società sana possono diventarlo successivamente. Spesso, infatti, sono proprio azioni oltre la Legge a spingere la Legge stessa a mutare, a modificarsi in meglio, prendendo in considerazione le istanze di bisogno e desiderio che vengono poste dai gruppi subalterni.
Il movimento di lotta per la casa ha sempre agito con la forza della legittimità data dal semplice principio che tutte e tutti dobbiamo avere un tetto sulla testa.
Questo è il nocciolo della questione, l'argomento su cui tutti siamo chiamati ad esprimerci e a decidere cosa vogliamo collettivamente.
Vi piaccia o meno, c’è chi continuerà a lottare in nome di tale principio, richiamandosi alle lotte del passato ed entrando in contatto con quelle del futuro.
"ILARIA SALIS DEVE TORNARE LIBERA"
Mercoledì 28 febbraio il Comitato Ilaria Salis organizza una fiaccolata alle ore 18,30 a Milano per chiedere la concessione degli arresti domiciliari in Italia per Ilaria Salis che continua ad essere reclusa nel carcere di massima sicurezza di Budapest.
Il corteo partirà da via Festa del Perdono 3, nei pressi della Università degli Studi di Milano, e terminerà in piazza Missori.
Da più di un anno Ilaria è in prigione in un paese in cui, secondo le principali organizzazioni umanitarie, non sono garantiti I diritti dei detenuti e in cui la democrazia è giorno dopo giorno limitata dalle leggi liberticide di Orban.
Siamo preoccupati per Ilaria, siamo preoccupati per la sua sicurezza e per gli esiti di un processo inquinato dall’ideologia antidemocratica delle istituzioni ungheresi. Continuiamo a chiedere che torni in Italia ad affrontare il processo, in conformità con la decisione-quadro del Consiglio d'Europa n. 829 del 2009.
Il guinzaglio con il quale è stata trascinata in aula lo scorso 29 gennaio, le catene ai polsi e alle caviglie, in generale le condizioni in cui è reclusa, il trattamento giuridico e repressivo a "due pesi e due misure", sbarre per gli antifascisti, libertà di azione per I nostalgici del nazismo, dimostrano che Ilaria Salis è ostaggio di uno Stato che viola i principi democratici e i diritti umani.
Chiediamo al Governo italiano e alle istituzioni europee di attivarsi con la massima urgenza.
Aderiscono:
- Comitato Ilaria Salis
- Amnesty International
- Anpi Comitato Provinciale di Milano
- Antigone Lombardia
- Arci Milano, Lodi, Monza Brianza
- Associazione Enzo Tortora Radicali Milano
- CGIL sezione di Milano
- I Sentinelli Milano
- Partito della Rifondazione Comunista Milano
- Partito Democratico Milano Metropolitana
- Partito Democratico
- Possibile
- Verdi della Lombardia
Presidio per chiedere il rimpatrio di Ilaria Salis, promosso dall'associazione "I sentinelli".
Video QUIMILANO
Interventi. ANPI ARCI ANTIGONE rete nocpr e consiglieri comunali
Dal fb del consigliere comunale di Milano Alessandro Giungi
È stato oggi approvato in Consiglio comunale, anche grazie alla sensibilità di @filippobarberis e @elena.buscemi_mi l'odg, a mia prima firma e sottoscritto da tutta la maggioranza, con cui si chiede che il Governo italiano intervenga su quello ungherese per chiedere che Ilaria Salis possa essere estradata in Italia per seguire in videoconferenza il processo a suo carico. La nostra concittadina è da ormai un anno in detenzione preventiva in un carcere di massima.sicurezza a Budapest per il reato di lesioni lievissime, con un ipotesi di condanna fino a 16 anni e che nel nostro Paese prevede una pena massima di 4 anni e in cui mai viene disposta la misura cautelare in carcere. Ilaria Salis è detenuta in condizioni che non esito a definire di tortura: con poco cibo, costretta a muoversi negli spostamenti fuori dal carcere letteralmente al guinzaglio, in condizioni igieniche disastrose, senza assistenza medica, umiliata dagli agenti. Oggi è iniziato il processo e Ilaria è stata portata in aula in catene, con le manette ai polsi e i piedi legati da ceppi di cuoio con lucchetti, come si vede dalla foto. Si è dichiarata innocente dell'accusa di aver provocato lesioni refertate con 5 e 8 giorni di prognosi a due neonazisti che celebravano la lotta dei nazisti contro l'Armata Rossa. Il processo è stato rinviata al 24 maggio ed è inammissibile e inimmaginabile che Ilaria Salis continui la detenzione preventiva in Ungheria. È ora che il nostro Governo intervenga su quello ungherese affinché sia consentito a Ilaria di seguire il processo in Italia in videoconferenza, come previsto dalle convenzioni europee.